Primarie Usa: Donald Trump e Jeb Bush
Primarie Usa: Donald Trump e Jeb Bush

New York, 18 luglio 2016 - A poche ore dall'inizio della convention repubblicana di Cleveland, in Ohio, l'ex governatore della Florida, Jeb Bush, ha attaccato frontalmente il candidato in pectore del partito repubblicano per le prossime presidenziali statunitensi, Donald Trump, attraverso un editoriale sul Washington Post. Si tratta di una dura critica, in cui Bush rifiuta apertamente ogni tipo di appoggio nei confronti del miliardario newyorchese, da lui tacciato di eresia verso l'ortodossia ideologica del Grand Old Party.  


"Non credo che Trump rappresenti i principi o l'eredità inclusiva del partito - ha scritto Bush - e spero sinceramente non ne rappresenti il futuro". Il terzo Bush non si limita a una critica generica verso l'antico rivale alle primarie, ma si propone anche di individuare la causa della sua inopinata ascesa politico-elettorale: l'amministrazione di Barack Obama. 
"Gli otto anni di tattiche divisive portate avanti dal presidente Obama e dai suoi alleati hanno indebolito la fiducia degli americani nella politica e nel governo di conseguire qualcosa di costruttivo - è l'analisi di Jeb Bush - Il presidente ha esercitato il suo potere, spesso abusandone, per punire i suoi oppositori, emettere leggi dalla Casa Bianca e usare il potere legislativo come un'arma a favore di dogmi liberal". 


DURO ATTACCO - Tutto questo, secondo Bush, avrebbe contribuito a polarizzare lo scontro politico, portando il partito repubblicano verso posizioni sempre più dannosamente estremiste (dall'immigrazione alle questioni eticamente sensibili). In tal senso, Trump si sarebbe avvantaggiato della rabbia popolare per "manipolarla" e sfruttarla a fini elettorali. Proprio per questo, l'ex governatore della Florida si dice indisponibile tanto a sostenere il miliardario newyorchese, quanto la sua rivale democratica, Hillary Clinton, da lui accusata di "voler continuare le disastrose politiche di Obama in materia economica e di esteri".

In virtù di ciò, Bush si dice indeciso se votare per Gary Johnson, leader del Libertarian Party, o per un candidato non presente sulla scheda elettorale, consigliando comunque al partito di compiere alcune scelta decise. Innanzitutto, riuscire a mantenere il controllo del Congresso e dei governatori nei singoli Stati. In secondo luogo, proporre un'agenda politica concreta, al di là degli isterismi populistici alla Tea Party. Infine, più in generale, un rilancio degli autentici valori repubblicani: "Il partito repubblicano è sempre stato il partito dell'ottimismo, dell'opportunità e della libertà. Spero possiamo tornare a esserlo". 
Si tratta di un'accusa molto dura verso Trump, profondamente simile a quelle avanzate da molti altri esponenti del Gop in questi mesi (soprattutto di area neoconservatrice): da Robert Kagan a Irving Kristol, passando per Mitt Romney.  

Sceso in campo lo scorso giugno, Jeb Bush fu subito considerato il papabile candidato repubblicano alla Casa Bianca, visto il potere della sua dinastia, i mezzi finanziari non indifferenti e un programma politico centrista e abbastanza concreto. La candidatura di Donald Trump ha tuttavia sparigliato le carte, relegandolo alla bassa classifica dei sondaggi, impedendogli di emergere nella competizione elettorale e costringendolo infine a un'ingloriosa ritirata dopo le primarie del South Carolina. Già da settimane la famiglia Bush si è inoltre detta indisponibile ad appoggiare Trump e non prenderà neppure parte all'imminente convention.