L'ombra generata dalla luce di Venere nel deserto di Atacama (foto Daniele Gasparri)
L'ombra generata dalla luce di Venere nel deserto di Atacama (foto Daniele Gasparri)

Roma, 18 novembre 2021 - Tra gli ultimi scoop cosmici del cacciatore di stelle:  l’ombra regalata da Venere al tramonto. Perché Daniele Gasparri, 38 anni, astrofisico, umbro laureato a Bologna, ha scelto di vivere e lavorare nel deserto di Atacama, in Cile, “probabilmente il cielo  più buio e più trasparente del mondo”. Dal 2018 è ricercatore all’università, nel tempo libero scrive libri, ormai sono decine. Scandaglia i segreti dell'universo. Dalle tempeste geomagnetiche alle aurore boreali alle notti primordiali. “Prima o poi tornerò in Italia”, immagina. Ma intanto controlla l’attrezzatura per uscire anche stanotte.
“Ho visto cose che non credevo possibili ma ancora ricordo quella notte in cui arrivai a quasi 5.000 metri di quota, con la mia auto da città, per osservare il cielo migliore che abbia mai visto. (...). A un certo punto lasciai cadere le braccia, le allungai di fronte a me, mi guardai le mani e le vidi illuminate dalla luce del Cosmo”, ha scritto l’anno scorso per il gruppo italiano ‘Passione astronomia’.

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L'astrofisico Daniele Gasparri (foto Daniele Gasparri)


Daniele, com’è arrivato in Cile?
“Ho sempre avuto il sogno di vedere il cielo del deserto di Atacama, conosciuto come il più bello, il più trasparente e scuro del mondo. Anche perché qui le notti serene sono più di 320 all’anno. Per caso ho visto l’annuncio di un concorso a novembre 2017. Ho partecipato e ho vinto".

Qual è stata l’emozione più forte?
“Probabilmente vedere il centro della via Lattea. Così brillante da riuscire a leggere i titoli di un giornale”.
Le sue foto fanno il giro del mondo.
“Gli appassionati di astronomia sono tanti, anche in Italia. Il mio lavoro di divulgazione è proprio questo. L’universo è troppo bello per non essere condiviso”.
E qual è la bufala più ripetuta?



“L'errore più ricorrente è quello sul  meteorite pronto a impattare sulla terra. Ogni sei mesi-un anno esce una notizia così”.

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Il fascino del cosmo, un linguaggio universale?
“L’osservazione del cielo stellato ha sempre incuriosito le persone. Quando cala la notte si guarda in alto e ci si chiede che cosa ci sia lassù. Guardare il cielo vuol dire anche meravigliarsi. Sicuramente i social hanno molto aiutato in questo”.
Quindi la sua giornata non finisce mai, per non perdere nulla?
“Il lavoro dell’astrofisico si svolge soprattutto di giorno  per analizzare i dati, decifrare come funziona un corpo celeste. Io mi occupo di galassie. Abbiamo ottenuto risultati discreti". 
Poi non resiste e parte per la notte più buia.
“Sì, questa è la mia grande passione. Mi concedo di andare nel deserto a scattare foto. Ho un luogo di osservazione preferito, più o meno a settanta chilometri dalla città, per fortuna le strade sono in buone condizioni”.
Notti avventurose e pericolose?
“Basta organizzarsi. Mi porto dietro acqua abbondante e dico sempre a qualcuno dove vado. Anche perché lì non c’è segnale”.
Lei e il cosmo.
“Buio assoluto, silenzio impressionante. Ovunque si sente il suono della vita. Qui no. Nemmeno un albero”.
E lei scatta.
”Non solo, riposo anche. Tranquillo. I puma sono lontani, in alta montagna sulla cordigliera”.
Nel suo cielo, che futuro vede?
“Ancora non lo so. Il mio lavoro qui finirà tra sei mesi. Se torno in Italia, molto probabilmente dovrò abbandonare la vita accademica, difficile trovare spazio.  Vorrà dire che se farò quella scelta, mi dedicherò al 100% alla divulgazione”.
Trasmette una grande passione, anche quando parla.
“Dobbiamo ritrovare il tempo per emozionarci. L’osservazione del cielo stellato ha sempre rappresentato per l’umanità una fonte d’ispirazione. Soprattutto in tempi caotici e difficili”.