Cina, una linea di produzione del vaccino Sinovac (Ansa)
Cina, una linea di produzione del vaccino Sinovac (Ansa)

Roma, 16 gennaio 2021 - Ora più che mai, Cina. Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha annunciato che in Cina un team dell’Oms sta lavorando con i produttori di vaccini Sinovac e Sinopharm "per valutare la conformità alle pratiche internazionali della produzione di qualità prima di una potenziale classificazione per l’utilizzo d’emergenza da parte dell’Oms". E’ quello che a Pechino sperano. "La Cina rispetterà tutti i parametri e renderà i vaccini anti-Covid un bene pubblico globale che aiuterà a garantire l’accessibilità ai vaccini nei paesi in via di sviluppo, una volta che essi saranno sviluppati e messi in uso”, ha dichiarato un portavoce del ministero degli esteri cinese. Dopo le forniture in Turchia, Giordania e altri paesi un milione di dosi sono giunte in Serbia e ora  l’Ungheria di Viktor Orban ha stretto un accordo con la cinese Sinopharm per l’acquisto di un milione di dosi del vaccino, non ancora approvato dall’Agenzia europea del farmaco (Ema). Per gli adetti ai lavori quello cinese è un caso di studio.  

“La pandemia – osserva il professor Stefano Silvestri, oggi consigliere scientifico ma già presidente dell’Istituto Affari Internazionali dal 2001 al 2013 –  poteva essere per la  Cina un potenziale disastro che si sta tramutando invece in una opportunità. Ha indurito il suo regime per rafforzare il controllo del partito sulla società, ha scelto una posizione muscolare in poltica estera per cercare elementi di consenso tra la popolazione e opportunità di espansione, e proprio per questo fa un uso geopolitico dei vaccini. Perché gli obiettivi della Cina sono chiari e si sono rafforzati alla luce di questa emergenza globale: vuole diventare prima possibile un paese leader al pari degli Stati Uniti". 

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Come ha fatto la Cina a uscire così presto dal Covid 19?

"E’ una società chiusa, autoritaria, nella quale sono state prese misure molto severe senza possibilità non solo di dissenso, figurarsi, ma persino di discussione. A questo, certo, va aggiunta la disciplina asiatica che si è vista anche in paesi com Taiwan, la Corea e il Giappone, e il fatto che quelle popolazioni erano abituate anche prima della pandemia a indossare le mascherine sia per esperienza della Sars che per proteggersi dall’inquinamento elevato. E bisogna anche dire che non si sa molto come sia nata, si sia sviluppata e sia stata poi controllata l’epidemia di Covid 19 in Cina: senza dietrologie, è una storia tutta da scrivere. E non è un caso, credo, che gli ispettori del Who abbiano avuto accesso al Paese solo adesso, dopo un anno dallo scoppio dell’epidemia". 

Che obiettivi ha la distribuzione dei vaccini cinesi in vari paesi del Terzo Mondo? 

“La Cina fa certamente un uso geopolitico dei vaccini. Li ha prodotti molto presto e questo permette loro di distribuirli rapidamente non solo al proprio interno ma anche nei paesi in via di sviluppo, che non li hanno e li ricercano disperatamente. Non dobbiamo sorprenderci di questo. La Cina ha una storia di espansionismo politico ed economico in Asia, Africa e nello stesso Mediterraneo. La pandemia gli offre una altra insperata occasione, permettendogli di mostrare a paesi poveri, che non hanno accesso ai vaccini, che l’ombrello di Pechino è cosa buona e opportuna perché offre sviluppo, sbocchi di mercato, ora anche protezione sanitaria. E un giorno, chissà, militare. E’ propaganda per rafforzare la Cina". 

Da questa epidemia la Cina ne esce rafforzata o indebolita?

"Era partita con un forte handicap. Era il paese nel quale tutto era cominciato, il paese che stava infettando gli altri. Ma si è mossa con abilità e con decisione, soffocando ad ogni prezzo l’epidemia in casa propria e poi cercando di trarne profitto. Oggi  è il paese che ne è uscito meglio, che ne uscito prima e che può essere generoso verso i paesi amici. Tutto considerato ha recuperato bene".

Quanto conta essere un regime?

"Il vantaggio è avere le mani libere". 

Economicamente però anche la Cina ha sofferto, con un crollo del Pil, pur se seguito da una ripresa.

"Sicuramente la ripresa c’è stata ma comunque sarà rallentata dal fatto che negli altri paesi la pandemia sta ancora galoppando e quindi sarà inferiore agli obiettivi di crescita pre pandemia, il che è un problema per la leadership, un problema di consenso che potrebbe essere messo in discussione. E’ per questo motivo che la Cina ha assunto un atteggiamento così aggressivo sia nella repressione ad Hong Kong e ha indurito la sua posizione verso Taiwan. Oggi la Cina sta conducendo una poltica molto nazionalista, di forte riarmo militare che ha anche portato a tentativi di intimidazione dei paesi vicini. Mi auguro che non scoppi una crisi che potrebbe essere estremamente pericolosa. Da un punto di vista puramente economico loro volevano superare prima di 5 anni gli Stati Uniti e diventare la prima economia mondiale. E’ da vedere se ce la faranno in quei tempi, dopo la pandemia. Certo gli accordi doganali stretti con i paesi asiatici dovrebbero nel medio termine rafforzare la loro leadership economica in Asia e nel giro di pochi anni nel mondo". 

L’Occidente come dovrebbe trattarla?

"La un lato abbianmo tutto l’interesse  economico ad avere buoni rapporti con la Cina, dall’altro abbiamo anche l’esigenza di far si che l’economia cinese si apra di più: finora la situazione è quasi a senso unico, con loro che possono investire largamente e noi solo in maniera controllata. E’ una situazione squilibrata che Ue e Usa stanno cercando di modificare.  Serve una strategia intelligente di contenimento economico e politico. Per Biden è l’ora delle scelte su un dossier, quello cinese, che è strategico".

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