Alessandro Giardini, 46 anni, assieme alla moglie e i figli
Alessandro Giardini, 46 anni, assieme alla moglie e i figli

Londra, 28 maggio 2020 - Italians do it better. Gli italiani lo fanno meglio, come diceva provocatoriamente Madonna qualche decennio fa. E il cardiologo pediatrico Alessandro Giardini lo ha confermato. Dopo aver lottato contro il Coronavirus rischiando quasi di morire, lo specialista che dal 2007 vive e lavora a Londra ha deciso di donare il suo plasma per aiutare altri pazienti a sconfiggere il morbo. E chi ha ricevuto gli anticorpi del medico nato a Macerata 46 anni fa è stato decisamente fortunato, visto che la loro concentrazione nel suo sangue è 40 volte superiore rispetto alla media. Si tratta del livello più alto registrato in Inghilterra.

Dottor Giardini, le hanno spiegato il perché di questo record?
"Secondo gli studi, i maschi over 35 che sono stati ricoverati hanno una possibilità più alta di sviluppare un plasma che contiene più anticorpi".
Perché chi ha da poco superato la malattia dovrebbe donare il plasma?
"Non ci sono trattamenti efficaci contro il Coronavirus, l’unica terapia che può aiutare è quella a base di plasma".
Quando ha capito di aver preso il virus?
"Ho avuto una febbre molto alta, tra i 39 e i 40,7 gradi. Mi sono subito isolato e dopo tre giorni ho fatto il tampone, che è risultato positivo. Sono rimasto a casa per altre 24 ore, ma non avevo più la forza per reggermi in piedi. Avevo paura di morire. La telefonata ai miei genitori in Italia è stata durissima: li ho salutati temendo fosse l’ultima vota. Poi ho chiamato l’ambulanza e in meno di un giorno ero in terapia intensiva. Per sette giorni sono rimasto intubato in coma farmacologico".
E dopo?
"Mi sono estubato da solo. Quando si inizia a migliorare, i medici abbassano i livelli dei sedativi. Ero in uno stato di dormiveglia, una specie di sogno vivido. Sentivo i dottori che mi dicevano: ’Perché lo hai fatto, ora dovremo rimettertelo’. Dopo qualche giorno mi sono ripreso. In seguito ho scoperto che solo 3 pazienti su dieci nelle mie condizioni superavano la malattia".
Come è stato risentire sua moglie e i suoi due figli?
"Un’infermiera li ha messi in vivavoce. Io rispondevo a monosillabi, ma è stata la sensazione più bella del mondo".
Il ritorno a casa come è stato?
"Riprendersi non è facile, ma dopo qualche settimana sono tornato quasi come prima".
Come mai ha deciso di entrare nel programma dei donatori di plasma?
"Mi hanno contattato. Avevo già deciso di donare, visto che come medico sentivo il dovere di aiutare gli altri. Ho cercato di dare il mio contributo. Tornare in ospedale, dopo tutto quello che avevo passato, non è stato facile".
Invita anche gli italiani a donare il plasma?
"Non vedo perché non dovrebbero".