Rappresentazione del cervello umano (Ansa)
Rappresentazione del cervello umano (Ansa)

New York, 17 aprile 2019 - Le singole cellule possono tornare a svolgere le loro funzioni anche diverse ore dopo la morte dell’organismo, solo l’attività elettrica risulta compromessa. La scoperta, alla quale Nature dedica la copertina, si deve al gruppo dell’Università di Yale guidato da Nenad Sestan. Le applicazioni, che sfiorano il mito di Frankenstein, sono intuitive: perfezionando le tecniche di conservazione post mortem sarà possibile recuperare un maggior numero di organi da destinare a trapianto, prelevandoli anche quando il cuore ha cessato definitivamente di battere. Attraverso la comprensione dei meccanismi di conservazione delle funzioni delle cellule e dei tessuti biologici da resuscitare, in particolare nel cervello, sarà similmente possibile sviluppare terapie per contrastare i danni cerebrali in caso di ictus, trombosi, embolia, aneurisma, emorragia cerebrale, inconvenienti che danneggiano il sistema nervoco centrale, talvolta in modo drammatico e irreversibile. La circolazione del sangue e le funzioni cellulari, nell'esperimento, sono state ripristinate diverse ore dopo la morte, a livello sperimentale, nel cervello prelevato da capi macellati e destinati al consumo alimentare (ribattezzati per questo maiali zombie), ma l’attività elettrica associata alla coscienza nelle cellule così resuscitate inevitabilmente viene meno.

Per gli specialisti abbiamo la prova che il cervello dei grandi mammiferi (verosimilmente anche quello umano) conserva la capacità, finora ritenuta impossibile, di ripristinare la funzione di alcune cellule e la circolazione sanguigna, anche a distanza di tempo da un arresto cardiaco. All'indagine, i cui primi autori sono Zvonimir Vrselja e Stefano G. Daniele, ha collaborato l’italiana Francesca Talpo, ricercatrice che fa la spola tra Yale e Università di Pavia. Da parte sua Sestan, professore di neuroscienze negli Usa, è convinto che in futuro la stessa tecnologia impiegata per risvegliare le funzioni basiche del cervello negli organismi ormai morti “potrebbe essere utilizzata come antidoto ai danni provocati dall’ictus“. 

La ricerca eseguita su 32 encefali suini prelevati al mattatoio, ideale continuazione di un precedente esperimento annunciato esattamente un anno fa, si è avvalsa di uno strumento chiamato BrainEx, progettato e finanziato nell’ambito della Brain Initiative promossa dagli statunitensi National Institutes of Health (Nih). La tecnologia BrainEx assicura la circolazione per mezzo di un circuito chiuso di vasi comunicanti che permettono al sangue artificiale di scorrere attraverso arterie, vene e capillari. In questo modo l’ossigeno arriva alle cellule. Si tratta di un sistema di perfusione simile a quello adottato per il ristoro e la conservazione degli organi destinati al trapianto, parente della chemioipertermia, metodica evoluta che permette la somministrazione di soluzioni surriscaldate contenenti farmaci antitumorali chemioterapici che entrano in contatto con tessuti di rivestimento, quali la pleura a livello del polmone, e il peritoneo a livello di intestino, a scopo terapeutico. BrainEx pompa nella rete che irrora il cervello una soluzione chiamata BEx perfusato, un sostituto del sangue basato su un mix di sostanze protettive, stabilizzanti e agenti di contrasto, in modo da ridurre i processi legati alla morte cellulare, e facilitare il ripristino di alcune funzioni, compresa la formazione di connessioni tra i neuroni (sinapsi).

Saranno necessari ulteriori sperimentazioni per capire come conservare gli organi più a lungo, ritardando la degradazione dopo la morte dell’organismo per cessazione del battito cardiaco o sospensione della circolazione assistita extracorporea. I comportamenti studiati spiegano anche perché incredibilmente si sono registrati casi di persone tornate in vita dopo immersione accidentale prolungata in acque gelide

La nuova tecnica "potrebbe portare a un modo completamente nuovo di studiare il cervello dopo la morte", ha rilevato Andrea Beckel-Mitchener, della Brain Initiative. "La nuova tecnologia - ha proseguito riferendosi al dispositivo BrainEx - ci apre nuove opportunità per esaminare cellule complesse, circuiti e funzioni che si perdono quando il tessuto cerebrale è conservato in modo tradizionale. Potrebbe inoltre aiutare a sviluppare nuove tecniche di intervento per recuperare il cervello dopo l’interruzione dell’irrorazione sanguigna, come accade durante un attacco di cuore". Alla luce di tutte queste considerazioni il progetto BrainEx ha ottenuto il consenso dei bioeticisti americani. 

Questa non sarà la realizzazione dell'utopia di Frankenstein mediante trapianto di cervello: l’esperimento coordinato dall’università di Yale e pubblicato su Nature non ha risvegliato l’attività elettrica dei neuroni, ma l’irrorazione con un sostituto del sangue è riuscito a mantenere vivo il tessuto cerebrale, che in condizioni normali si degrada in tempi rapidissimi se non viene congelato, ma anche questo processo portato alle estreme conseguenze, non è indenne da conseguenze, in quanto può produrre danni ai tessuti.