La disperazioni dei parenti dell'attentato a Dacca (Ansa)
La disperazioni dei parenti dell'attentato a Dacca (Ansa)

Roma, 2 luglio 2016 - Strage di stranieri a Dacca, in Bangladesh, dove ieri sera un commando di miliziani affiliato all'Isis ha fatto irruzione in caffè nella zona diplomatica della capitale uccidendo almeno 20 persone tra cuinove italiani. E sono drammatici i racconti di chi è riuscito a fuggire all'ennesima mattanza jihadista. "Chi sapeva recitare versi del Corano è stato risparmiato, gli altri sono stati torturati", ha raccontato uno dei 13 ostaggi, Hasnat Karim, tratto in salvo dal locale secondo quanto riferito dal padre. "Gli assalitori non si sono comportati male con i connazionali del Bangladesh - ha continuato l'uomo - controllavano la religione, chiedevano a ognuno di recitare versi del Corano. Quelli che sapevano recitarli venivano risparmiati, gli altri torturati". 

Parole che trovano conferma anche nella testimonianza della nipote del console generale di Milano, Ahmed Rezina. La ragazza si sarebbe salvata grazie all'abito tradizionale che indossava e alla conoscenza del Corano. Bloccata all'interno del locale, le è stato concesso di uscire insieme a un'amica, perché entrambe avevano il shari e sono state in grado di recitare versetti del libro sacro dell'Islam. Nulla dafare invece per una loro amica: bengalese e musulmana, la professione di fede e la conoscenza del corano non sono bastate. Per lei sono stati fatali gli abiti occidentali, jeans e maglietta, che l'hanno condannata a morte.