David Lama, 28 anni
David Lama, 28 anni

Ottawa (Canada), 20 aprile 2019 - Una sfida "affascinante, ma folle", come folle ma "straordinario, la migliore evoluzione dei 250 anni dell’alpinismo moderno" – parola di Reinhold Messner, protagonista del «free solo» e primo divoratore dei quattordici Ottomila del mondo, alpinista divenuto leggenda nonostante la tragedia e le polemiche seguite alla morte del fratello Guenther sul Nanga Parbat nel 1970 – è stato l’alpinismo estremo dell’austriaco Hansjoerg Auer, 35 anni, uno dei maggiori esponenti di sempre della arrampicata libera di cui da tre giorni non si hanno più notizie assieme ai compagni di cordata David Lama, 28 anni, madre austriaca padre nepalese, e Jess Roskelley, 36 anni, americano figlio d’arte. I tre stavano scalando l’Howse Peak, una vetta di 3295 metri, la più alta delle Waputik Mountains, massiccio canadese fra gli Stati di Alberta e British Columbia. Il padre di Jess, John, insignito dei maggior premi internazionali della salita libera, aveva un appuntamento telefonico martedì col figlio, collegamento che non si è mai concretizzato. Un elicottero ha sorvolato ieri la zona dove presumibilmente si trovavano i tre: evidenti i segni della valanga che ha li travolti e che ha scoperto materiale e corpi umani inermi. «Riporterò mio figlio a casa», ha detto Roskelley padre.

Reinold Messner"Sono morti tre alpinisti chiave delle salite tradizionali. Con la recente scomparsa di Daniele Nardi sul Nanga Parbat – afferma Messner, molto provato dalla sciagura – se ne vanno i maggiori interpreti contemporanei di una disciplina che è prima di tutto filosofia. Chi affronta una parete ne accetta le regole, la sua natura: ne affronta i rischi, non cerca come fanno troppi il turismo che permette di arrivare sull’Everest percorrendo sentieri tracciati da altri. L’alpinista ha la sua picozza come segno distintivo, le corde, gli scarponi chiodati, e sfida il ghiaccio e la legge di gravità. Quando una valanga trascina via la cordata è impossibile salvarsi, il destino è segnato per tutti. Non ci sono regole per sfuggire alle tragedie, la storia ce ne ha raccontate tante e tutte inevitabili". "Questo tipo di alpinismo è affascinante – ha aggiunto Messner parlando ieri della tragedia – ma anche difficilmente giustificabile".

Messner era molto amico di Lama e tifoso di Auer, oltre ad avere ben conosciuto il padre di Roskelley: "Interpretavano nel miglior modo possibile l’arte dell’alpinismo. Seguivano l’entusiasmo che porta un uomo fragile a scontrarsi con forze ben più grandi di lui. Un alpinista non è un superuomo, ma una persona entusiasta che cerca una soluzione per raggiungere una vetta, sapendo che la sua filosofia rappresenta un grande rischio: per un alpinista che riesce nell’impresa uno muore, è la legge della montagna. Quelli che sopravvivono non sono i più bravi, ma i più fortunati. Io sono qui a raccontare questa storia non perché sono stato il migliore, ma perché sono stato fortunato. Chi ha sposato l’alpinismo tradizionale sa che deve sfidare i grandi pericoli della montagna, un gigante geologico, e ha la metà delle possibilità di sopravvivere".

Per lo scalatore e scrittore di Bressanone – 75 anni – questi sono gli eroi che permettono all’alpinismo di essere ancora una avventura, appunto una sfida folle alla natura. "Mi reputo onorato – spiega Messner - di poter raccontare cos’è la montagna. Per questo non posso dimenticare altri fortunati come me, Riccardo Cassin, morto centenario, e Walter Bonatti: grazie al nostro esempio il mito dell’alpinismo non morirà mai. Chi ne è vittima ha compiuto un sacrificio in nome di tutta l’umanità".