ROMA 30 giugno 2021. La missione più lunga delle forze armate italiane è finita. Non ci sono più soldati italiani in Afghanistan. Dopo l'impegno sincero di tanti militari e non pochi civili, gli 8.8 miliardi spesi, le 54 vittime e 625 feriti italiani l'Italia ammaina la bandiera a torna a casa. L'ultimo volo operativo è decollato da Herat lunedì, giungendo in italia nella notte. Il costo sostenuto dall'Italia per la presenza sul teatro afghano è stimabile in oltre 8,8 miliardi di euro, di questi, 6,77 miliardi sono finanziamenti diretti delle missioni militari ai quali vanno aggiunti altri 720 milioni di contributo a sostegno delle forze armate e della polizia afghana e almeno 925 milioni di spese aggiuntive per i trasporti, per la costruzione di basi e altre infrastrutture e di circa 320 milioni di euro per la cooperazione civile/militare.  Che le risorse per la cooperazione siano solo poco sopra il 10% dà la misura dello sbilanciamento di un intervento costosissimo che, a parte tenere lontana l'insorgenza fondamentalista  dalle città, ha aiutato poco la popolazione, offrendo ampi spazi ai talebani. Che ora avanzano militarmente e culturalmente. 

In Afghanistan  sono passati 50 mila soldati italiani, uomini e donne che hanno fatto il possibile, e oltre. Ma l'Afghanistan si conferma irredimibile dal suo destino di essere la tomba degli imperi. Era il gennaio del 2002 quando i primi soldati italiani sono giunti a Kabul. I talebani erano in fuga. Sembrava l'alba di un nuovo mondo. E gli afghani, increduli, sembravano avere fede nella rinascita e nella pace. Diciannove anni e 5 mesi dopo dopo le illusioni sono naufragate e il nostro contingente segue l'esempio degli Stati Uniti (che han già fatto rientrare due terzi delle truppe) e degli altri paesi occidentali (la Germania ha completato come noi il ritiro nell'intero contingente di 1.100 uomini) e prende atto che l'Afghanistan non si può stabilizzare con scarponi stranieri sul terreno, che la permanenza indefinita non era sostenibile né economicamente né politicamente e ha completato un difficile ritiro, iniziato a maggio .

Partiti i sodati occidentali, gli afghani saranno soli _ a parte un sostanzioso contributo finanziario per pagare le forze di sicurezza senza il quale Kabul cadrebbe in pochi mesi _ a fronteggiare una insorgenza talebana e non solo (Isis/al Qaeda) che, distretto dopo distretto, si avvicina alle città e che minaccia già nel 2022 di tentare la presa del potere dopo aver raggiunto a Doha l'intesa con gli occidentali per il loro ritiro. La sola speranza che questo non accada è un accordo politico con il governo di Kabul _ sempre più impopolare _ per un governo di transizione che porti a elezioni aperte ai talebani, che probabilmente le vincerebbero. Ma la tentazione dei talebani per la spallata cresce, alla luce della debolezza del governo centrale. 

Secondo il "Long War Journal" su 398 distretti in Afghanistan, i talebani ora ne controllano 107 mentre il governo ne controlla 92 199 rimangono contesi.

Ad Herat _ dove aveva sede il grosso del nostro contingente che fino a maggio contava 895 uomini ma arrivò a superare le 4.200 unità nel 2011 _ è giunto l'8 giugno il ministro della Difesa Guerini . “In Afghanistan _ disse Guerini _ l'Italia ha fatto il suo dovere dall'inizio. Lasciamo dopo aver ottenuti molti risultati sia sul fronte della sicurezza che della promozione della società civile afghana. Abbiamo addestrato 20 mila soldati afghani, realizzato 2.300 progetti di cooperazione, abbiamo lavorato per migliore l'accesso all'istruzione e la condizione delle donne. Dobbiamo chiederci come sarebbe stato l'Afghanistan senza questi venti anni di presenza. Negherei l'evidenza se dicessi che sarà tutto tranquillo. Ma era giunta l'ora di questo passo. Adesso dobbiamo rimanere a fianco degli afghani. Supporteremo le loro forze di sicurezza. E portreremo in italia760 tra traduttori e altri collaboratori afghani, che temono ritorsioni talebane”. "L'Italia aumentera' il suo sforzo di cooperazione allo sviluppo per aiutare le istituzioni afghane, il ritiro della parte militare dall'Afghnistan non significa abbandonarlo" ha ribadito da parte sua il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ma la realtà è ben chiara ai militari. “Adesso _ osserva il generale Berniamino Vergori, comandante della Folgore e Taac West _ il futuro di questo splendido paese è nelle mani degli afghani”.

Con il ritiro delle truppe americane c'è il rischio di una guerra civile in Afghanistan. Hzara, Tagiki, Uzbechi e signori della guerra regionali stanno già riorganizzando le loro milizie per il post caduta del governo centrale.Lo scenario è quello già visto dopo la cacciata dei russi: un paese allo sbando, diviso per bande e in guerra perenne.  A confermarlo è stato anche il comandante della missione Usa a Kabul, il generale Austin Scott Miller, che, in un briefing con la stampa, ha spiegato che la sicurezza in tutto il paese si sta deteriorando e che i recenti punti messi a segno dai talebani sono molto preoccupanti, anche se non inaspettati. "La situazione della sicurezza non è buona in questo momento", ha detto a un piccolo gruppo di giornalisti presso il quartier generale della coalizione che si sta svuotando rapidamente a Kabul. ''La guerra civile è certamente un percorso che può essere immaginato se il Paese continua sulla strada su cui si trova in questo momento. E questa - ha detto - dovrebbe essere una
preoccupazione per il mondo''. In realtà, non lo è.