"Una cosa che gli occidentali non si sono mai chiesti è: vediamo cosa gli afgani vogliono veramente. Secondo me questo è il peccato originale. Gli abbiamo imposto il nostro modello. Non abbiamo tenuto conto della loro cultura che è completamente diversa dalla nostra. E non ha funzionato. Per questo, venti anni dopo, siamo di nuovo con i talebani al potere". Alberto Cairo è un piemontese di Ceva. Fisioterapista, da 32 anni è a Kabul per conto del Comitato internazionale della Croce Rossa. Per il quale ha creato e dirige i centri ortopedici di Kabul, Mazar-i Sharif, Herat, Jalalabad, Gulbahar, Faizabad e Lashkar Gah che impiegano 250 disabili e hanno curato oltre 80mila pazienti, quasi tutti...

"Una cosa che gli occidentali non si sono mai chiesti è: vediamo cosa gli afgani vogliono veramente. Secondo me questo è il peccato originale. Gli abbiamo imposto il nostro modello. Non abbiamo tenuto conto della loro cultura che è completamente diversa dalla nostra. E non ha funzionato. Per questo, venti anni dopo, siamo di nuovo con i talebani al potere". Alberto Cairo è un piemontese di Ceva. Fisioterapista, da 32 anni è a Kabul per conto del Comitato internazionale della Croce Rossa. Per il quale ha creato e dirige i centri ortopedici di Kabul, Mazar-i Sharif, Herat, Jalalabad, Gulbahar, Faizabad e Lashkar Gah che impiegano 250 disabili e hanno curato oltre 80mila pazienti, quasi tutti amputati. È la sua missione, per la quale lo candidarono anche al Nobel. Ed e per questo che lui, che in questi 32 anni ha visto 5 governi a Kabul, compresi i talebani, "ovviamente" è rimasto nella capitale afgana.

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Alberto Cairo, ora che i talebani sono tornati, si può dire cosa abbiamo sbagliato in questi venti anni?

"Io credo che a monte ci sia stato un errore di valutazione, nel senso che abbiamo imposto delle soluzioni a scatola chiusa. Che non hanno attecchito perché non erano parte di questa cultura".

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Può essere più specifico?

"Tutto il progetto era calato dall’alto. Per esempio, quale forma di governo veramente volevano? Parlando con gli afgani loro non sono così convinti che la democrazia faccia per loro. Sono incerti tra una mezza dittatura e una forma di governo islamica. Il concetto che quando c’è una elezione con il 51% in una democrazia si governa lo faticano a capire. Mi dicono piuttosto: bisogna arrivare a un consenso, discutere e trovare una sintesi, come facevamo nella tradizonale grande assemblea della Joya Jirga. Lo abbiamo tenuto presente? No. E così molti hanno visto la Costituzione come una apertura eccessiva all’Occidente. Non hanno condiviso il sistema di giustizia. E per molti, specialmente le persone senza cultura, che qui sono tante, riconoscere, per me del tutto giustamente, ci mancherebbe, la piena parità alle donne è stato un andare contro le tradizioni, un attacco alla loro cultura. Queste non sono questioni di lana caprina, temi per studiosi. Si traducono nella distanza dallo Stato. E magari nella decisione di non combattere davvero per difenderlo dai talebani".

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"Di questioni militari non so nulla. Ma, diciamolo, le responsabilità del fallimento di questi venti anni non sono solo dell’Occidente. Alle sue colpe vanno infatti aggiunte quelle degli afgani che pensavano che i soldi piovessero dal cielo, che in larga maggioranza non hanno fatto sforzi e che non volevano rinunciare a nulla. Questo ha generato di tutto, compresa la corruzione, che si era diffusa a ogni livello. Lo Stato che abbiamo costruito era fragile, culturalmente lontano. Non era il ’loro’ Stato. E alla prima minaccia di spallata, è crollato".

C’è stato forse una sorta di colonialislimo culturale nel voler impore il nostro modello?

"Sicuramente. Fatto magari con buone intenzioni, ma c’è stato. Anche nel nostro campo quello umanitario, c’è sempre questo rischio. Ma non paga. Se imponi soluzioni frettolose, che non sono adatte al contesto afghano, una volta che volti le spalle l’afghano tornerà a fare qual che faceva prima".