Donald Trump
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Gli Usa sono stati a un passo dalla guerra con la Cina. Lo scorso 8 gennaio, due giorni dopo l’assalto al Congresso da parte dei fan di Trump, il generale Mark Milley, capo dello stato maggiore congiunto delle forze armate americane, il più alto consigliere militare in uniforme del presidente degli Stati Uniti, era talmente preoccupato per la salute mentale di Donald Trump, che non accettava la sconfitta e continuava a minacciare Pechino su tutto, al punto da chiamare il suo collega cinese, generale Li Zuocheng, per tranquillizzarlo: "Gli Stati Uniti non attaccheranno la Cina". Intendeva dire con le atomiche. Le rivelazioni contenute nel nuovo libro Peril di Bob Woodward e Robert Costa sono diventate in 24 ore esplosive e puntano a far capire quanto gli Stati Uniti fra il 6 e il 20 gennaio, negli ultimi...

Gli Usa sono stati a un passo dalla guerra con la Cina. Lo scorso 8 gennaio, due giorni dopo l’assalto al Congresso da parte dei fan di Trump, il generale Mark Milley, capo dello stato maggiore congiunto delle forze armate americane, il più alto consigliere militare in uniforme del presidente degli Stati Uniti, era talmente preoccupato per la salute mentale di Donald Trump, che non accettava la sconfitta e continuava a minacciare Pechino su tutto, al punto da chiamare il suo collega cinese, generale Li Zuocheng, per tranquillizzarlo: "Gli Stati Uniti non attaccheranno la Cina". Intendeva dire con le atomiche.

Le rivelazioni contenute nel nuovo libro Peril di Bob Woodward e Robert Costa sono diventate in 24 ore esplosive e puntano a far capire quanto gli Stati Uniti fra il 6 e il 20 gennaio, negli ultimi giorni di Trump e con l’assalto al Congresso, siano andati vicini a una guerra che il presidente sconfitto accarezzava come soluzione estrema per creare il caos e rimanere al potere. Fino alle 11,59 del 20 gennaio, mentre volava in Florida senza incontrare Biden, Donald Trump aveva ancora sull’aereo i codici delle atomiche e poteva lanciare un "attacco preventivo" contro chiunque. Il generale Milley nei suoi incontri top secret con i vertici militari del Pentagono e con le chiamate ai generali cinesi, avrebbe creato le condizioni perché questo non potesse succedere e non si scatenasse un improvviso e irresponsabile conflitto atomico.

Ma chi può autorizzare e chi ha l’ultima parola sul lancio di una o più testate nucleari in Usa? L’attacco atomico può deciderlo solo il presidente degli Stati Uniti come commander in chief e spetta sempre a lui la scelta dei bersagli. Ma non è lui bensì i generali che, dopo un protocollo di verifiche che dura circa 15 minuti, trasmettono l’ultimo ordine per far partire i missili atomici che non possono più essere fermati.

Ormai da decenni in ogni spostamento il presidente degli Stati Uniti è seguito da sei ufficiali in uniforme che a rotazione custodiscono la famosa football, la valigetta atomica (circa 20 chili di peso) e il cosiddetto biscuit il biscotto, l’unico strumento identificativo per farsi riconoscere e autorizzare i codici di lancio che vengono cambiati ogni giorno.

In realtà nel football non ci sono strumenti elettronici ma solo una trasmittente per segnalarne la posizione. Dentro si trovano solo documenti top secret. Il Black Book che indica la disponibilità nucleare Usa e altre cartelle con i bersagli selezionati da colpire nelle diverse zone del pianeta e con l’elenco delle vittime stimate per i diversi attacchi. È il National Military Command Center (NMCC) che gestisce tutto il lancio degli ordigni nucleari. In quella sede due ufficiali devono accertare che si tratti davvero dell’ordine del presidente e che sia il presidente in persona a darlo. La verifica viene fatta leggendo al telefono i codici segreti contenuti nel bisquit, la speciale carta magnetica che Carter e Reagan portavano sempre nel taschino fino a quando Reagan non subì un attentato e il biscotto venne trovato in un suo calzino al pronto soccorso. Si favoleggiò allora che quello era il luogo sicuro dove lui lo teneva. Di football invece ne esistono tre copie identiche. Oltre a quella che viaggia col presidente, la seconda accompagna il vice presidente e la terza è custodita alla Casa Bianca.

Ma per lanciare l’attacco atomico occorrono la presenza fisica e i pareri, non vincolanti, del ministro della difesa e del capo di stato maggiore. Il generale Milley in altre parole, poteva disubbidire a Trump ma non aveva il potere finale di fermare il presidente che temeva potesse andare fuori di testa. Sicuramente, però, sarebbe stato in grado di rallentare le operazioni di protocollo per il lancio delle atomiche, potendo contare sulla solidarietà degli altri alti ufficiali. Trump ieri riferendosi alle rivelazioni di Peril ha detto di non aver mai avuto intenzione di attaccare la Cina, definendo il generale Milley "un traditore, va processato". Di diverso avviso Biden che anzi esprime fiducia nella fedeltà e nel patriottismo dell’ufficiale.