Il neo presidente statunitense Donald Trump (Ansa)
Il neo presidente statunitense Donald Trump (Ansa)

Roma, 11 novembre 2016 - Che scenari si aprono nel rapporto fra Donald Trump e il mondo cattolico dopo la sua elezione alla Casa Bianca? Quale è stata 'la campagna elettorale' dell'episcopato Usa? E ora i vescovi che agenda 'detteranno' al magnate repubblicano? Di questi e altri temi ne parliamo con Massimo Faggioli, professore di Teologia e Studi religiosi all'Università di Villanova, Filadelfia, da anni negli States e acuto osservatore delle dinamiche interne alla Chiesa d'Oltreoceano.

Certo che, alla luce dello scontro fra il Papa e Trump sul muro anti-migranti in Messico, la Santa Sede avrebbe potuto accogliere in maniera ben più severa il nuovo presidente Usa.
"Il Vaticano parla con tutti ed è normale che sia così. Per questo non mi stupisco delle dichiarazioni del segretario di Stato Parolin, sono classiche. Quello che non può fare il Vaticano è ciò che invece avrebbe dovuto fare la Conferenza episcopale statunitense e non ha fatto".

A che cosa si riferisce?
"Al fatto che i vescovi locali abbiano evitato di commentare le proposte e i toni della campagna elettorale di Trump per concentrarsi su numerose questioni relative alla candidata Hillary Clinton".

Assolta la Santa sede, dietro la lavagna l'episcopato Usa?
"Penso che stia nelle cose che da Roma si voglia dare una chance a un candidato democraticamente eletto alla presidenza. Piuttosto credo che il Vaticano, attraverso le parole di Parolin, abbia voluto lanciare un messaggio ai vescovi statunitensi, perché capiscano che toccherà a loro stigmatizzare le uscite del tycoon, nonostante avrebbero già dovuto farlo. Nell'ultimo anno e mezzo la Conferenza episcopale Usa in quanto tale non si è espressa in alcun modo sulla situazione politica e sociale del Paese, ma anzi ha evitato accuratamente qualsiasi discussione collegiale in materia".

Come si spiega tutto questo?
"Non ho problemi a dire, d'altronde l'ho saputo da fonti ben informate, che molti vescovi e riviste cattoliche hanno deciso di non muovere osservazioni a Trump per paura di perdere il proprio status privilegiato a livello fiscale. Più in generale, comunque c'è stata una volontà ben precisa, da parte della Conferenza episcopale statunitense, d'ignorare tutto quello che avrebbe potuto intaccare il profilo antiabortista del candidato repubblicano, preferito a una Clinton intesa come un'Obama in versione femminista".

Una strategia che ha dato i suoi frutti, se è vero che il 52% dei cattolici ha votato per il tycoon a fronte di un 48% pro Clinton.
"A ogni elezione presidenziale si registra sempre una spaccatura fra i cattolici, con un 50% e poco più a favore di un candidato e il restante a sostegno dell'altro. Questa è una caratteristica del solo voto cattolico su cui l'episcopato locale farebbe bene a riflettere. In quest'ultime elezioni i cattolici bianchi hanno sostenuto in massa Trump, mentre quelli non bianchi si sono recati alle urne in numero minore rispetto alle attese oppure hanno snobbato la Clinton".

Resta il fatto che sull'aborto il magnate non è sempre stato così pro-life durante tutta la sua carriera.
"Infatti gli avvocati per la vita sanno bene che la loro causa ne esce screditata dopo l'elezione di Trump. Quest'ultimo nominerà di sicuro un giudice della Corte suprema anti-abortista, ma il suo messaggio puramente retorico sulla lotta all'aborto ridimensiona fortemente la galassia pro-life".

L'attesa dei vescovi e di buona parte dei laici Usa a questo punto è tutta riposta sullo smantellamento dell'Obamacare?
"No, non credo. Loro puntano a una profonda revisione della norma che obbliga i datori di lavoro a garantire ai dipendenti una polizza assicurativa che copra anche le spese per la contraccezione e l'aborto. Il problema è che i repubblicani e Trump in campagna elettorale hanno annunciato la loro intenzione di abrogare l'intera riforma sanitaria che va in soccorso a 20 milioni di cittadini".

La prossima settimana l'episcopato statunitense eleggerà il suo nuovo presidente. Che cosa si aspetta?
"Prevedo che i vescovi sceglieranno un moderato come l'attuale leader Kurtz, che quindi non farà molto, oppure potrebbero orientarsi su un candidato ostile al nuovo corso impresso dal Papa. Di certo non mi attendo un riallineamento con l'insegnamento di Francesco".

Insomma Bergoglio lotta contro i mulini a vento nel suo tentativo, che si esprime con nuove nomine e promozioni cardinalizie, di riequilibrare un episcopato così visceralmente votato alle battaglie identitarie e poco sensibile alle sfide sociali?
"Non proprio... Sulla Chiesa statunitense questo atteggiamento del Papa sta sortendo degli effetti. Non però sulla conferenza episcopale che resta un mondo a parte e che nei tre anni di presidenza Kurtz è stata completamente assente dai grandi dibattiti interni al Paese. O'Malley e Cupich, per fare qualche nome di vescovo Usa di afflato più bergogliano, sanno come stanno le cose. Sanno che oggi come oggi l'episcopato locale è ingovernabile e per questo all'interno della conferenza hanno deciso di defilarsi".