Parafrasando Churchill si può dire che in una elezione spesso si sceglie il meno peggio. Esattamente come una democrazia è la meno peggiore di tutte le forme di governo. Quella americana ha fatto da battistrada quando in Europa dominava ancora l’assolutismo. E domani, 3 novembre, dovrebbe farci sapere chi sarà il 46esimo presidente. Dovrebbe, perché non è detto che mercoledì l’America si svegli con il nome del vincitore. E tanto meno che il vincitore, Trump o Biden, possa davvero portare Usa ed Europa fuori dalle circostanze terribili che – non per colpa nostra – viviamo. FOCUS /, quando si saprà il risultato (e il vincitore) E allora passiamo ai raggi X i due personaggi e chiediamoci: saranno in grado di ripristinare la nostra way of life? E con essa la salute, la prosperità, la fiducia?...

Parafrasando Churchill si può dire che in una elezione spesso si sceglie il meno peggio. Esattamente come una democrazia è la meno peggiore di tutte le forme di governo. Quella americana ha fatto da battistrada quando in Europa dominava ancora l’assolutismo. E domani, 3 novembre, dovrebbe farci sapere chi sarà il 46esimo presidente. Dovrebbe, perché non è detto che mercoledì l’America si svegli con il nome del vincitore. E tanto meno che il vincitore, Trump o Biden, possa davvero portare Usa ed Europa fuori dalle circostanze terribili che – non per colpa nostra – viviamo.

FOCUS /, quando si saprà il risultato (e il vincitore)

E allora passiamo ai raggi X i due personaggi e chiediamoci: saranno in grado di ripristinare la nostra way of life? E con essa la salute, la prosperità, la fiducia? Perché dall’emergenza sanitaria usciremo in uno o due anni, ma dalla crisi economica no. Ci vorrà più tempo per rimediare ai fallimenti, alla disoccupazione, ai disagi sociali, alle depressioni. Partiamo allora dalla contrapposizione.

Da una parte c’è un politico, Joe Biden, figlio dell’establishment democratico, che ha prodotto Clinton e Obama. Un routinier della politica, senatore per quattro decenni, vicepresidente per otto. Dall’altra abbiamo un non politico, Donald Trump, che in quattro anni non ha fatto nulla per diventarlo. Non si è lasciato riassorbire dall’altro establishment ostile, quello dei Bush. Del resto proprio alla coppia Obama-Biden dovette la conquista della nomination repubblicana e la vittoria sulla strafavorita Hillary Clinton. Fu una reazione di rigetto.

Trump era il più radicale fra i sedici concorrenti repubblicani. Altra domanda. Democratici e repubblicani non avrebbero potuto scegliere di meglio? Certamente. Biden, prossimo ai 78 anni, appariva il più fragile fra i venti candidati alla nomination. Non solo per la sua irrilevanza al fianco di Obama, ma per la concentrazione mentale. Conseguenza di una salute precaria e dell’aneurisma al cervello? O effetto anche di una carriera logorante e di una vita privata dolorosa? Nel 1972, appena eletto in Senato, vide morire moglie e figlia in un incidente stradale. Altri due figli rimasero feriti. Si risposò con una signora di origine italiana, Jill Giacobba, inglesizzata in Jacobs. Altre gravi malattie dei figli. Uno drogato. Cose che lasciano il segno. Eppure i democratici hanno scelto lui. Perché? È un simbolo di unità. Sta fra l’ala socialista Sanders-Harris e l’elettorato moderato. Non a caso Kamala Harris è la sua vice e in prospettiva la prima donna presidente. In caso di vittoria è dubbio che Biden completi il mandato.

Anche Trump nell’estate 2016 appariva il meno qualificato e il meno simpatico. Ma, come detto, metà dell’America volle voltare pagina. Radicalmente. E domani? Rivincere è difficile ma non impossibile. Sino a gennaio Trump sarebbe stato rieletto trionfalmente. Poi è arrivato il virus cinese. Lui ne è anche rimasto contagiato. È guarito in 5 giorni a dispetto dei suoi 74 anni. È un toro, dice Ronny Jackson, sino a due anni fa medico della Casa Bianca, lo stesso che ha servito sotto Obama e che imputa a Biden i sintomi della demenza senile.

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Come businessman Trump non è stato un granché. I suoi hotel, i resort, le imprese sono falliti una dozzina di volte. I debiti superano il miliardo di dollari. È in fondo alle classifiche di Forbes. Nei quattro anni alla Casa Bianca ha subito rovesci finanziari. Lo aspettano grane con il fisco. I suoi successi incontestati risalgono alla televisione e alle donne. Le mogli sono state tre, Ivana, Marla, Melania. Ma è la proiezione dell’uomo forte, orgoglioso, arrogante. È un leader. Con lui gli americani non sono mai stati meglio. Lo rivela Gallup in un sondaggio recente che giornali, tv e social networks ignorano. Ovviamente. Soft invece l’approccio del suo rivale. Scrive il Wall Street Journal: se Trump è un personaggio divisivo e erratico ma con un bilancio positivo, Biden ha un solo slogan: eleggetemi perché non sono Trump.

(cesaredecarlo@cs.com)