Perché è stato ucciso il povero Willy? Forse perché s’era messo a difendere la persona ’sbagliata’, cioè quella presa di mira dai picchiatori? No, non è così. Forse per odio razziale? No, neanche per questo. La verità è più banalmente tragica: Willy è stato ucciso per il gusto di uccidere, per il piacere della violenza. Chi lo ha massacrato non lo conosceva neppure, non aveva conti in sospeso con lui, non aveva interesse a che lui morisse: ma ne aveva il piacere. Questo è un delitto in cui il movente e l’atto dell’uccidere coincidono. Le botte, i calci, i pugni non sono un mezzo: sono un fine.

Le indagini della magistratura stabiliranno, si spera, le singole responsabilità all’interno della squadraccia. Ma una cosa è già certa: buona parte di questa squadraccia – gente con precedenti specifici, e conosciuta in paese per la sua passione nel seminare il terrore – non era sul luogo in cui è scoppiato l’iniziale diverbio, era altrove, è stata chiamata per intervenire ed è intervenuta per ribadire un concetto tribale: la forza siamo noi.

Delinquenti, si dirà. E va bene. Ma delinquenti che hanno trovato alimento in una cultura – se così la si può chiamare – che ha avuto spesso un avallo ideologico. La cultura appunto della forza: e non solo, la cultura dell’ardimento (il non avere paura di prenderle, e quindi cercare sempre una rissa), la cultura del disprezzo del più debole, con tutto il suo armamentario di arti marziali, di riti pagani, di esaltazione della guerra, di teschi, di nobili parole d’ordine come onore e fedeltà, insomma con tutta la sua macabra religio mortis.

Ieri ai funerali sia il presidente del Consiglio sia il vescovo hanno fatto cenno a questa cultura, la quale è stata a un certo punto anche incarnata dalla politica (non dico creata, c’era già: ma incarnata sì, ed elevata a valore ideale, a mito del popolo) e non è bastato il disastro che ne è seguito per eliminarne le scorie, le nostalgie, i rigurgiti. Questo bagaglio ideologico è puro veleno per menti già di loro bacate, per soggetti psicolabili che si illudono di sentirsi più forti gonfiandosi i muscoli e naturalmente muovendosi in branco. Sono poveracci da compiangere, poveracci ai quali va augurata la redenzione: non prima, però, di aver pagato il conto con la giustizia, perché come ha detto ieri anche il vescovo che ha celebrato i funerali, il perdono va meritato cambiando vita.