Il sondaggio di Noto ci dice che quest’anno faremo vacanze più brevi, e qualcuno sicuramente commenterà che c’è la crisi, e insomma stiamo diventando sempre più poveri, e bla bla bla. La verità è che stiamo diventando sempre più lamentosi e pure smemorati, perché non ci ricordiamo le nostre vacanze d’un tempo, anzi i giovani neppure le immaginano, le vacanze d’un tempo.

Erano gli anni Sessanta o giù di lì, i nostri anni beati, e col cavolo che il venticinque per cento degli italiani poteva permettersi, come adesso, vacanze all’estero. Noi figli del baby boom avevamo l’Adriatico o la Liguria, il terribile moscone, la cedrata e la piadina; il Sud non era ancora attrezzato e delle Maldive nessuno conosceva l’esistenza. Eppure noi eravamo considerati fortunati, nati e cresciuti con il sedere nel burro. Giuliano Sarti, il grande portiere, raccontò: «Il mare l’ho visto per la prima volta a Livorno. C’ero andato con la Fiorentina, il primo anno, nel 1954. Un compagno, Beppe Chiappella, mi disse: ‘Lo guardi come se tu non l’avessi mai visto’. Quel giorno mi sono commosso». Aveva ventun anni, l’età di mia madre quando vide il mare per la prima volta.

Pupi Avati mi raccontò delle sue vacanze del primo dopoguerra. Abitava a Bologna in via San Vitale. «All’inizio dell’estate un commerciante di piazza Aldrovandi ci prestava un suo camioncino, sul quale caricavamo i mobili di casa, e lui ce li portava a Rimini, dove prendevamo in affitto un garage, con tanto di saracinesca e di tende per separare gli spazi. A Rimini noi andavamo invece con un treno lentissimo, che faceva tutte le fermate. I passeggeri sapevano che dopo una certa curva si sarebbe visto il mare, e allora tutti si mettevano al finestrino in silenziosa attesa, e quando il mare appariva si alzava un collettivo urlo di stupore: il mare!». Ed erano comunque i più fortunati, perché per la maggior parte degli italiani ‘vacanza’ voleva dire stare a casa e prendere un po’ di fresco sul balcone, in canottiera, con i piedi in una bacinella d’acqua.

Nessuno vuol negare le difficoltà dell’Italia di oggi, ma ogni tanto non fa male ricordare quando eravamo davvero povera gente.