A un amico che il 22 gennaio gli manifestava il suo dispiacere per le dimissioni da capo politico del M5S, Luigi Di Maio rispose con un sorriso: “E’ solo l’inizio…”. Si capì subito che quelle dimissioni alla vigilia di elezioni regionali prevedibilmente disastrose erano soltanto un diversivo in attesa di una nuova discesa in campo per la riconquista del potere. Il Movimento monolitico schierato a testuggine contro la Casta e il Sistema non esiste più, né potrebbe esistere. Quando un terzo dei deputati e dei senatori sono tuoi, fatalmente diventi tu Casta e Sistema. S’è visto con Tap, Tav, Ilva. 

Sia pure solo su una tratta, e per un periodo limitato, perdiamo i benefici del progresso, torniamo a muoverci, spostarci, viaggiare, calcolare gli appuntamenti e insomma vivere come dieci, vent’anni fa: e quel che allora ci era normale oggi ci pare insopportabile. Eppure questi incidenti - o queste malattie nel caso del coronavirus - possono almeno darci l’occasione per riflettere, e per sentirci meno onnipotenti di quanto presuntuosamente ci illudiamo di essere.

L’altra sera ho visto su Rai Storia uno strepitoso documentario sulla Parigi di inizio Novecento, con filmati dell’epoca. E mi sono reso conto che la rivoluzione digitale che stiamo vivendo noi è sì sconvolgente, ma meno di quanto lo fu - tra fine Ottocento e inizio Novecento - il concentrarsi di un’impressionante serie di prodigi della scienza e della tecnica che cambiarono nell’intera umanità la stessa percezione di spazio e di tempo. I treni, le automobili, la metropolitana sotto terra, la fotografia, il cinema, la magnifica Expo universale, addirittura il poter volare, ancestrale sogno proibito. Quel mondo, o meglio quell’umanità si sentiva invincibile, come noi oggi al tempo dell’elettronica e del digitale.

Ma poi accade anche un minuscolo imprevisto per ricordarci che siamo piccoli e fragili. Senza contare che neppure i meravigliosi progressi della medicina hanno allungato più di tanto l’aspettativa di vita, visto che siamo rimasti più o meno a quel che fu scritto, migliaia di anni fa, nel Libro dei Salmi: "Gli anni della nostra vita sono settanta / ottanta per i più robusti". Ecco, se ogni tanto ci ricordassimo che nonostante il progresso non riusciamo a perdere il brutto vizio di morire, forse saremmo tutti un po’ più umili.