Un movimento milanese di cui non si conosceva l’esistenza e non si sentiva la mancanza, tale “Sentinelli”, ha chiesto al sindaco la rimozione della statua che raffigura Indro Montanelli all’interno dei Giardini a lui intitolati. Sciaguratamente, alcuni esponenti del Pd e praticamente l’intero gruppo consigliare del Movimento Cinque Stelle si sono accodati entusiasti, invitando Beppe Sala a provvedere per vie brevi. 
Motivo della damnatio memoriae, le nozze che Montanelli avrebbe contratto in Eritrea, negli anni Trenta, con una dodicenne. E quindi, in due parole, pedofilia e razzismo.

È una richiesta che si inserisce in una furia iconoclasta che sta contagiando un po’ tutto il mondo, e che ha portato ad abbattere una statua di Cristoforo Colombo a Richmond, in Virginia, e ad imbrattarne una di Churchill ("was a racist") a Londra. Ma veniamo a Montanelli. Per difenderlo, qualcuno ha cercato di contestualizzare: il periodo storico, le guerre coloniali, il fatto che in Africa le femmine si sposavano prestissimo, la giovane età (26 anni) dello stesso Montanelli, l’ubriacatura dell’impero fascista e del posto al sole. E così via.

Ma cercando di giustificare quel matrimonio con la ragazzina eritrea, si finisce in un cul-de-sac, come sempre accade quando si cerca di dimostrare l’indimostrabile, e cioè l’assoluta immacolatezza di un essere umano. Di ogni essere umano. Il giusto pecca sette volte al giorno, dice il Libro dei Proverbi, e infatti se si usassero i criteri di questi Sentinelli non ci sarebbe santo in paradiso: da Saulo di Tarso, che fu mandante di omicidi, ad Agostino, che provò tutto quello che c’era da provare, e qui mi fermo. Chiunque dica di non aver nulla da farsi perdonare pronuncia al tempo stesso una menzogna; e chiunque si autodefinisca ‘una persona onestà dovrebbe essere automaticamente definito ‘un bugiardo’.

È il moralismo, cosa ben diversa dalla morale, a produrre quella tragicommedia del nostro tempo che è il politicamente corretto. E allora, molto più semplicemente, dovremmo chiederci: ma Indro Montanelli è degno o no di essere ricordato anche con un monumento e con l’intitolazione di un giardino pubblico? La sua vita – la totalità, la complessità della sua vita – è degna oppure no di essere additata ad esempio? E voglio vedere chi oserebbe dir di no. Montanelli è stato, intanto, il più grande giornalista italiano del Novecento. E se proprio vogliamo usare il metro anche della morale, dobbiamo ricordare che Indro ruppe con il fascismo quando Mussolini era all’apice del potere e del consenso.

Scrivendo dal fronte della guerra civile spagnola quel che il regime non voleva che si sapesse, Montanelli fu licenziato dal giornale per il quale lavorava (Il Messaggero) ed espulso dall’Albo dei giornalisti. Quanto alla tessera del partito, pensò lui stesso a stracciarla. Se ne dovette andare all’estero, e quando in Italia cominciò la Resistenza, non esitò ad aderirvi, finendo poi a San Vittore, prigioniero dei tedeschi che lo condannarono a morte. Ma, finita la guerra, non cercò mai di lucrare sulla militanza partigiana come fecero in molti, compresi quelli che il partigiano non lo avevano mai fatto. La carriera che fece, la fece esclusivamente grazie al talento e alla scelta di andare sempre controcorrente. Fino a guadagnarsi le pallottole delle Brigate Rosse e il licenziamento da parte di Berlusconi. Montanelli non ha mai stazionato sul carro dei vincitori, e questo basterebbe per indicarlo come modello di giornalismo. Negli ultimi anni, per spiegare perché non se la prendesse più con i comunisti, ripeteva spesso che "le battaglie si fanno contro i vivi, non contro i morti". Ecco, il fatto che qualcuno oggi combatta ancora contro di lui è la miglior testimonianza che Indro Montanelli è ancora vivo, a differenza di tanti sentinelli.