AGNESE PINI
Editoriale e Commento

Cosa lascia Berlusconi. Unico erede di se stesso

Silvio Berlusconi, prima da imprenditore e poi da politico, è diventato il simbolo della metamorfosi di un Paese e soprattutto di un modo nuovo con cui il potere ha iniziato a comunicare con il popolo. Un modo più diretto, mai usato prima

Agnese Pini
Agnese Pini

Ci si chiede, a poche ore da una morte che molti ormai temevano vicina ma a cui nessuno poteva dirsi preparato, che cosa ci lascia Silvio Berlusconi. Complicato dirlo per una figlia degli anni ’80 come me, e lo sanno bene gli altri della mia generazione: allevati a Bim Bum Bam e Drive In , quasi tutti noi abbiamo scoperto l’esistenza della politica alla fine delle elementari quando, nella primavera del ’94, assistemmo alla prima furente disputa famigliare coi parenti seduti intorno alla tavola di Pasqua, che si accapigliavano fra chi aveva appena votato Silvio Berlusconi perché era l’uomo del cambiamento e chi neanche morto l’avrebbe mai votato. Vie di mezzo non erano contemplate: se un sentimento non è mai riuscito a suscitare Berlusconi è proprio quello dell’indifferenza, della medianità. E del resto se c’è una parola che mi viene in mente per dire, in modo fulmineo, che cosa abbia rappresentato Berlusconi per questa nazione è: smisuratezza. Appunto. Non c’è mai stata misura in Berlusconi, nella sua capacità di trascinare il tifo – calcistico, politico, mediatico – nella sua area di gioco o in quella avversaria. Ha cambiato il modo di fare politica, per esempio, perché ha costretto i cittadini a schierarsi: con lui o contro di lui. Mai, prima della sua discesa in campo, una figura pubblica aveva avuto la capacità di polarizzare così tanto attenzione e riconoscimenti, rabbia furente o ammirazione smodata.

Così, parlando di lui non possiamo che ammettere come e quanto – in egual misura tra chi lo ha amato, amato a dismisura, e chi lo ha odiato, odiato a dismisura – abbia profondamente plasmato e dunque incarnato un’epoca. La sua. Diventando il simbolo della metamorfosi di un Paese e soprattutto di un modo nuovo con cui il potere ha iniziato a comunicare con il popolo: fossero elettori, fossero tifosi, fossero avversari. Per questo qualcuno oggi lo definisce come il primo dei populisti: perché al popolo, in modo talvolta controverso, sempre dirompente, Berlusconi si è rivolto. Consentendo dunque al popolo di identificarsi con lui. Buffo, da un certo punto di vista: Berlusconi è stato a lungo l’uomo più ricco, potente, influente d’Italia, forse d’Europa. Eppure veniva facile pensarlo vicino: era lui a farlo credere. In fondo la sostanza del suo messaggio era questa, era un gigantesco paradosso: "Guardatemi, sono come voi". Funzionò, da subito. Funzionò da imprenditore edile, da magnate delle telecomunicazioni, da politico di una fase del tutto inedita della politica, una fase che con lui indubbiamente è nata e che con lui, forse, è davvero finita. E funzionò anche quando, da personaggio controverso qual era, si difese dalle accuse di tante inchieste giudiziarie scegliendo di contrattaccare.

E dunque, che cosa ci lascia Berlusconi? Lascia un gigantesco spazio aperto, non certo solo politico, che qualcuno proverà a occupare. La domanda è chi. Tajani? Salvini? Meloni? Renzi?

La sensazione è che quello spazio in realtà non potrà essere colmato, perché quello spazio non è il vuoto lasciato da un’eredità politica ma è l’assenza lasciata dalla morte di un uomo. Chi votava Forza Italia votava Berlusconi, chi credeva e si riconosceva in Forza Italia credeva e si riconosceva in Berlusconi. Lui lo sapeva, e per questo non ha mai ceduto a quanti gli chiedevano di tracciare un solco per il dopo-di-lui. È rimasto, indubbiamente, l’unico erede di se stesso.