Sul Post – un giornale online sempre ricco di spunti interessanti – c’era ieri un articolo sul “metaverso”. Non avevo mai sentito questo termine: del resto, stare al passo con tutte le innovazioni del digitale è praticamente impossibile, anche se c’è sempre qualcuno che ti fa pesare di essere “indietro”. "Ah, usi ancora internet e i social?" e via un sorrisino di compatimento.
Ma andiamo avanti. Il metaverso è stato annunciato a luglio, con un podcast, da Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook. Il metaverso, ha detto, è il nuovo, ambizioso obiettivo della sua azienda. Ma di che cosa si tratta?

Sarà una sorta di "internet incarnata, un nuovo ecosistema decentralizzato e ibrido, sia digitale che fisico, uno spazio virtuale tridimensionale, condiviso, prodotto dalla convergenza della realtà fisica, virtualmente migliorata". Insomma una specie di spazio digitale "sempre attivo" in cui le persone reali coesistono simultaneamente, indossando speciali cuffie e occhiali, e possono interagire attraverso degli avatar. Matthew Ball, analista americano, spiega che il metaverso "sarà innanzitutto persistente, nel senso di esperienza continua, senza interruzioni né possibilità di annullamento o ripristino. Sarà sincrono e dal vivo, esisterà costantemente per tutti e in tempo reale... e non esisterà alcun limite al numero di utenti che possono essere contemporaneamente presenti". Sarà anche un sistema economico perfettamente funzionante, dove tutti potranno comprare, vendere, possedere, investire.

Avete capito tutto perfettamente? Ne dubito. Qualsiasi innovazione della tecnica non può essere descritta a parole prima della sua realizzazione. Qualche decina di anni fa nessuno avrebbe potuto comprendere internet, né i social, né gli smartphone. Ma credo che anche chi lavorava con penna e calamaio si sarebbe smarrito sentendo la descrizione delle macchine per scrivere.

Tuttavia, banalizzando, direi che se questo è davvero il dopo-internet, siamo destinati tutti a vivere in un eterno videogioco. Conosco l’obiezione di quelli che sono “avanti”: a un certo punto la realtà sarà quello che oggi chiamiamo il virtuale. E sia. Ma penso a quanto ci siamo accorti, in questo anno e mezzo di smart working e di dad, di quanto ci siano mancati gli occhi, il respiro, le mani, l’aria, il cielo e la terra: e insomma c’è da sperare che si conservi la memoria di quanto siamo stati male.