All’inizio degli anni Ottanta molte famiglie della provincia di Milano - ma più ancora di Varese, di Como, di Bergamo, di Brescia - cominciarono a ricevere un giornaletto sulla cui copertina era disegnato un uomo imbavagliato e, sotto, la scritta «Lümbard, tass!», «lombardo taci!». Erano famiglie dal cognome di origine controllata: i Tagliabue e i Pirovano, i Brioschi e i Besana, i Borghi e i Meregalli, i Perego e i Ravasi, i Fumagalli e i Brambilla. Ci invitavano, quegli allora misteriosi mittenti, a ribellarci alla 'dittatura' dei professori meridionali nelle scuole, a quell’insegnare a parlare con accento napoletano o siciliano ai nostri figli, a costringerci a “tacere”. Ancor prima, in Veneto, decine di sigle autonomiste avevano cominciato un’analoga battaglia a tutela della lingua (guai a chiamarla dialetto) veneta. Erano nate, nella disattenzione totale di tutti i media, la Lega e la Liga, due movimenti destinati a terremotare la politica italiana. Rapidamente, la trazione diventò lombarda, perché si impose il carisma - certamente più istintivo che ragionato, magari ruspante, per qualcuno perfino animale, ma sicuramente geniale - di Umberto Bossi (...). 

Un quarantenne ex scioperato che veniva da Verghera di Samarate, un paesino del Varesotto che fino ad allora aveva partorito, di illustre, solo una fabbrica, la Meccanica Verghera, più nota come MV Agusta, quella che produceva la moto di Giacomo Agostini campione del mondo. Bossi aveva avuto un’idea semplice e ardita: trasformare in movimento politico quel sentimento così diffuso nei bar (ma non solo nei bar) del Nord, quella convinzione secondo la quale il Sud - e Roma più ancora - sono mantenuti dalla gente del Settentrione, quella che «la mattina si alza presto per tirar su la saracinesca della bottega». Giusto trentacinque anni fa, il 12 aprile 1984, a Varese, nell’ufficio del notaio Franca Bellorini, venne firmato l’atto fondativo della Lega. I firmatari erano sei: Umberto Bossi, sua moglie Manuela Marrone, Marino Moroni, Pierangelo Brivio, Emilio Benito Rodolfo Sogliaghi e Giuseppe Leoni. Eravamo sei amici al bar, che volevano cambiare il mondo.

Da allora, e per molti anni, la 'questione settentrionale' ha condizionato la politica italiana. Dalla primordiale difesa del dialetto si è passati alla rivendicazione fiscale, alla richiesta di autonomia, alla provocazione della secessione. «Il Nord! La nostra gente!», gridava Bossi a Pontida. Poi sono cambiate tante cose, è arrivato Salvini, che è stato abilissimo nel trasformare la Lega da partito del Nord a partito nazionalista, o sovranista che dir si voglia. Salvini ha capito che i tempi erano mutati, che la richiesta della gente era diversa, e ha portato la Lega a un consenso elettorale mai visto.

Ma quello spirito originario, il Dna della Lega, insomma l’anima del Nord, tutto questo è rimasto, negli ultimi anni, solo sopito, ed è pronto a tornare, e a chieder conto al suo leader ormai divenuto nazionalista. I fatti che raccontiamo in queste pagine ne sono la prova: il debito di Roma fa riemergere vecchi slogan (“ladrona...”) che si sommano ai mal di pancia per il reddito di cittadinanza e soprattutto alla delusione degli imprenditori del Nord. Salvini è un uomo intelligente, vedremo come affronterà questa nuova (non facile) sfida.