Matteo Renzi (Ansa)
Matteo Renzi (Ansa)

Roma, 5 dicembre 2016 - Ha puntato ogni suo bene politico sul proprio carisma, e ha perso. Ha perso male, ha perso tutto. Questo pomeriggio Matteo Renzi salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio. Basterà? Basterà per tornare in auge? Renzi non è Amintore Fanfani, il potente segretario della Dc che dopo le sconfitte politiche si eclissava per un po’ e regolarmente tornava poi in scena. Un gioco talmente scoperto da indurre Indro Montanelli a soprannominarlo «il Rieccolo». Tuttavia, mai e poi mai l’astuto Fanfani osò evocare il definitivo addio alla politica. Matteo Renzi, invece, l’ha fatto. L’ha fatto per marcare la differenza rispetto al ceto politico tradizionale.

Lo ha detto  lo scorso dicembre nel corso della conferenza stampa di fine anno, lo ha ripetuto nell’aula del Senato in occasione del voto finale sulla riforma, poi a Bruxelles, in una e-news, a Quinta colonna su Rete4, al congresso dei Giovani democratici... Parole chiare, inequivocabili: «Se perdo vado via, non divento un pollo di batteria che fa finta di niente», «io non sono come gli altri, non posso restare aggrappato alla politica», «se sulle riforme gli italiani diranno no, prendo la borsetta e vado a casa», «sarebbe sacrosanto non solo che il governo vada a casa, ma che io consideri terminata la mia esperienza politica». Anche Walter Veltroni evocò l’uscita di scena («andrò in Africa») ma ebbe il buonsenso di parlarne in generale, senza mai legare una simile determinazione a un particolare evento politico. Un eccesso di sicurezza in se stesso e nella dea Fortuna ha invece spinto Matteo Renzi all’azzardo più estremo. Sapremo presto se diceva il vero o se invece bluffava. 

Dall'analisi del voto referendario risulterà che l’Italia si è spaccata non solo lungo le solite linee politiche e di partito, ma anche lungo vecchie fratture sociali. Hanno votato No soprattutto i settori del Paese più in affanno: gli elettori meridionali, i giovani, i ceti sociali più svantaggiati. Con tutta evidenza, si tratta di un’Italia maggioritaria. Un’Italia che soffre. Un’Italia insofferente. Occorrerà, dunque, farsi carico del disagio espresso dall’Italia del No. Infondergli fiducia, dargli rappresentanza politica con credibilità di governo. Cosa non facile, perché se è chiaro che Matteo Renzi ha perso, non altrettanto chiaro è chi abbia vinto. D’Alema? Berlusconi? Grillo? Salvini? È saltato un quadro politico, uno schema di gioco che si andava costituendo a fatica attorno a un perno di legno giovane: Matteo Renzi. Ora, come al termine di una guerra mondiale, la geografia politica è tutta da ridisegnare. Su quali modelli e attorno a quali leadership è oggi un mistero. Comincia una fase nuova, una fase incerta. Aleggia solo la ragionevole certezza che si sia inabissata probabilmente per sempre un’idea di riforma delle istituzioni e di assetto del sistema politico coerente col modello dei sindaci. Il tempo dirà se con essa si è inabissato anche l’ex primo cittadino di Firenze.