Italia-Germania 4-3, giocata cinquant’anni fa, non fu soltanto "la partita del secolo", come ricorda la targa cementata allo stadio Azteca di Città del Messico, dove azzurri e tedeschi si diedero battaglia per centoventi indimenticabili minuti. Non fu soltanto una partita di calcio, e tantomeno è rimasta una partita di calcio nella memoria degli italiani. Fu il nostro primo, vero, grande riscatto nazionale dopo la tragedia della guerra. Più delle vittorie di Coppi e Bartali, più delle Olimpiadi di Roma del 1960. 

Infatti fu la prima volta che gli italiani si riversarono nelle piazze per festeggiare una vittoria in una partita di calcio. Proprio perché non era, appunto, solo una partita di calcio.

Come molti di coloro che ora staranno leggendo, ero, in quella magica notte, un bambino. Mio padre, che votava a destra e non sapeva nulla di calcio, era felice perché - disse guardando dalla finestra - "erano decenni che non si vedevano sventolare tante bandiere italiane". Il tricolore, infatti, non era allora di gran moda. Troppo associato al mito del nazionalismo. Sulle schede elettorali lo esibivano solo il Pli di Malagodi e il Msi di Almirante; il Pci lo “citava“ di striscio, nascondendolo sotto la bandiera rossa, quasi vergognandosene un po’. Mio nonno, che era invece di sinistra e anch’egli non sapeva nulla di calcio, era felice perché avevamo battuto i tedeschi, che durante la guerra non l’avevano trattato molto bene.

Ecco perché, nel cinquantesimo anniversario, ci prendiamo l’azzardo di aprire il giornale con un’intervista a Gianni Rivera, l’eroe principale di quella serata. Perché l’Italia di oggi, così sfiduciata, così depressa, così arrabbiata, così pessimista, ha bisogno di qualcosa che ci ricordi quanto e come noi - noi popolo italiano - sappiamo vincere anche le sfide impossibili. I panzer tedeschi, quella notte, ci schiacciarono per centoventi minuti. Avevano i muscoli e la volontà. Ma noi avevamo il genio, perché Gianni Rivera non era un calciatore, era la Classe, per irrevocabile decisione di Eupalla, il dio del calcio secondo Gianni Brera. E poi avevamo il cuore. Perché quando tutto sembrava perduto, "avevamo la certezza di farcela comunque", come dice Rivera nell’intervista a Massimo Cutò. Ecco, è quella certezza che oggi dobbiamo recuperare per risorgere.