Bisogna cercare di capire le ragioni di coloro che in queste ore stanno protestando contro l’ipotesi di un nuovo lockdown. Non dei delinquenti che hanno aggredito la polizia a Napoli: quelli sono appunto delinquenti, camorristi e spacciatori che stanno soffiando sul fuoco della rabbia per interessi loro; non hanno ragioni, ma loschi affari da difendere. Bisogna capire le ragioni dei tanti commercianti, piccoli imprenditori e dipendenti che rischiano, con chiusure anche parziali, un nuovo tracollo economico. Bisogna cercare di capire perché a marzo nessuno protestò, e adesso invece sì. Ne parlavamo nei giorni scorsi anche per la scuola, che non vuole richiudere.

Va innanzitutto chiarita una cosa. Gli arrabbiati che scendono in piazza non sono negazionisti. Non negano che sia in corso un’emergenza sanitaria. Ma chiedono, anzi pretendono che chi ci governa trovi soluzioni alternative al richiudere il popolo in casa. È una pretesa sbagliata? A mio parere no.

Qui vorrei anticipare un’obiezione che vien fatta da alcuni opinionisti, anche colleghi nostri, che attaccavano il governo e i suoi provvedimenti di chiusura già a marzo; e che dicono, in sostanza, "avevamo ragione noi, adesso arrivate in ritardo".

Non sono d’accordo. Le due situazioni sono imparagonabili. A marzo il virus si abbatté sul nostro Paese (per primo, nell’intero Occidente) imprevisto e sconosciuto. Non avevamo né armi, né ipotesi di armi. Neanche gli scienziati conoscevano esattamente la reale letalità del virus, né tantomeno le terapie per fronteggiarlo. Conte chiuse tutti in casa, e in massa obbedimmo senza fiatare, perché eravamo tutti spaventati. Anche gli altri Paesi d’Europa e d’America furono colti impreparati, e anzi copiarono i nostri, ormai famosi, Dpcm. Quel primo lockdown valse al premier una crescita impetuosa negli indici di gradimento.

Ma adesso, dopo sette mesi, gli italiani non possono non prendere atto che nulla è stato fatto, dalla politica, per prepararci alla seconda ondata. Lo abbiamo scritto già ieri: le terapie intensive non hanno più letti e soprattutto non hanno più medici; i medici di base sono impotenti come a marzo; il tracciamento è fallito; i trasporti non sono stati potenziati; il vaccino anti-influenzale, tanto raccomandato, non basta a un terzo degli italiani; perfino il sistema dei tamponi, pur migliorato, è insufficiente.

E quindi, la morale sembra la seguente: se il primo lockdown era forse inevitabile, un secondo vorrebbe dire che lo Stato sta scaricando la soluzione dell’emergenza interamente sulle spalle dei cittadini. E questa volta gli appelli alla collaborazione di tutti non bastano più.