Cerchiamo di spiegare ai lettori, in una breve e spero chiara sintesi, l’ennesima disputa sui migranti. Dunque: 1) una nave italiana, che si chiama Mare Jonio e fa capo alla Ong Mediterranea Saving Humans, soccorre 49 persone a bordo di un gommone; 2) questo avviene in acque libiche; 3) i responsabili della Mare Jonio disobbediscono tuttavia alla guardia costiera libica, che vuol riportare indietro i migranti, e cominciano il viaggio verso l’Italia; 4) disobbediscono poi anche alla nostra Guardia di Finanza e attraccano a Lampedusa, dove i migranti – nonostante Salvini – sbarcano in serata; 5) parte l’inevitabile inchiesta giudiziaria eccetera eccetera.

Questi i fatti, che sono già drammatici per conto loro, ma la cosa più drammatica, anzi più squallida, è che ancora una volta il tutto viene letto secondo categorie politiche: non ci si preoccupa del destino di chi fugge dalla miseria né dell’impossibilità di accogliere tutti, ma di chi ha vinto e chi ha perso. Salvini o Saviano? Ecco, a questi elevati dilemmi ci ha portati la pessima abitudine di valutare tutto secondo interessi di bottega.

Sembrerebbe una sconfitta per Salvini, perché alla fine i migranti sono sbarcati. Però ogni volta che qualcuno tenta di forzare la mano per aprire i porti, Salvini nei sondaggi vola, perché la maggioranza degli italiani pensa che gli immigrati siano troppi, pensa che non c’è lavoro per tutti, pensa che la delinquenza aumenta, aumenta lo spaccio, aumentano i furti in casa, aumentano gli stupri. A torto o a ragione, ma la pensa così. E quindi insomma ci sarà chi dice che ha vinto «la sinistra» e chi dirà che ha vinto Salvini.

E invece non ha vinto nessuno, non vince mai nessuno in questi casi. Perché la questione è di portata epocale e non la si può risolvere con le ideologie. Non con quelle sovraniste, perché la storia dell’umanità è una storia di migrazioni, e mai come adesso è impossibile fermare milioni di essere umani che hanno necessità di spostarsi. Ma neppure con l’ideologia dell’«accogliamoli tutti», o peggio ancora con l’ipocrisia buonista di chi – dal suo attico o dal suo terrazzo nei quali non entra neppure il vicino di casa – marchia di razzismo chi soffre nelle periferie un’immigrazione incontrollata.

E non c’è domanda più stupida di quella sull’Italia razzista o no, perché l’Italia è tante cose: ci sono i razzisti, sì, e ci sono pure gli ipocriti; ci sono quelli che sull’accoglienza speculano e ci sono quelli che invece si fanno carico di chi fugge dalla disperazione, e lo prendono con sé, gli insegnano la nostra lingua, gli cercano un lavoro.

È quest’ultima l’Italia che può fare davvero qualcosa per «risolvere il problema», come purtroppo si dice. Quest’ultima, l’Italia dell’accoglienza ma anche del buon senso: perché è vero che non si possono accogliere tutti, lo dice pure Papa Francesco, che molti radical chic citano a casaccio senza averlo mai ascoltato davvero. Ed è vero anche che «aiutarli a casa loro» non è uno slogan leghista, ma è la tradizione migliore delle missioni cristiane. È questa l’Italia che può vincere, non quella dei politici in perenne campagna elettorale, né quella dei professionisti della solidarietà su Twitter.