Dall'assemblea del Condominio Europa i ventotto proprietari sono usciti come sono entrati: tutti d’accordo sulla necessità di non far crollare il palazzo, tutti divisi sulle spese condominiali. A questo si è ridotta l’Ue, un’assemblea di condominio tra ventotto proprietari governati da amministratori sempre più deboli. Lo ha dimostrato anche il vertice sui migranti concluso venerdì con un verbale immediatamente interpretato e messo in discussione da chi lo aveva appena sottoscritto. Francia e Germania in testa. Un vertice dal quale l’Italia esce con la sola vittoria certa di avere imposto il proprio ordine del giorno e rifiutandosi di seguire un’agenda normalmente appannaggio dei più forti.

Si poteva ottenere di più? Aspettarselo era tanto legittimo quanto un po’ velleitario tenendo a mente tutte le puntate precedenti dei vertici Ue. Saranno i fatti a confermare la bontà degli impegni presi o a farne carta straccia. Toccherà all’Italia, al governo italiano, andare a vedere le carte, chiedere conto ai partner e tessere le alleanze senza le quali in Europa nessuno è mai riuscito a raggiungere i propri obiettivi. Strada obbligata, non facile da percorrere. Anche per gli scricchiolii prodotti – tra le file grilline e nella maggioranza – dalle parole del presidente della Camera, Roberto Fico, favorevole alla politica dei porti aperti.

Altri nodi verranno al pettine alle prossime assemblee del Condominio Europa. Quelle che avranno sul tavolo i conti, per esempio. Appuntamenti delicati, tanto quanto il vertice dei migranti, che si avvicinano sotto il pressing dei partiti che vogliono veder partire i programmi scritti nel contratto di governo e mentre aleggia lo spettro di una manovra bis di 9 miliardi. I conti li ha fatti Confindustria, a Palazzo Chigi nessuno si sbilancia. Ma è pur vero che nessuno, finora, tra i controllori di Bruxelles, l’ha chiesta. Si vedrà, probabilmente a settembre.

Domani, in compenso, gli italiani – cittadini e imprese – verseranno nelle casse dell’Erario 19 miliardi di euro tra tasse e imposte varie. Una parte di quei 101,1 miliardi l’anno che le imprese italiane versano allo Stato pari – se i calcoli della Cgia di Mestre sono giusti – al 14,1% del gettito totale contro il 12,3% delle tedesche, l’11,6% delle spagnole e lo 10,2% delle francesi. Pesi fiscali inferiori, imposti senza l’aggravante di una burocrazia eccessiva e in cambio di servizi spesso superiori a quelli ricevuti alle nostre latitudini. Nulla di nuovo, ma non per questo meno grave.