IL MATTEO RENZI che abbiamo visto, o meglio rivisto, ieri sera a Porta a Porta somiglia molto al Renzi delle origini: al Renzi antemarcia diremmo, se l’espressione non evocasse paragoni impropri. Personalmente, ho rivisto il Renzi del settembre 2012, quando partì con il camper da Verona per tentare la conquista del Pd (primarie contro Bersani) e poi dell’Italia. Un Renzi movimentista. E cioè un Renzi che, già allora, con il Pd dava l’impressione di entrarci poco o nulla. Ricordo alla Gran Guardia di Verona – la sua prima uscita – migliaia di persone, ma nemmeno una bandiera di partito, né parlamentari a sostegno. Il Renzi di allora parlava di futuro, di millennials, di nuove tecnologie, di imprese: esattamente come quello di ieri sera. E chi ha conosciuto il Renzi di allora non si stupisce che quello di oggi sia uscito dal Pd, perché in quel partito è sempre stato straniero in patria, e forse neanche in patria.

Vedremo che futuro avrà Italia Viva, un nome che somiglia un po’ a una marca di acqua minerale (ma anche Forza Italia, all’inizio, suscitò perplessità). Al di là dei ragionamenti e dei calcoli politici, colpisce comunque la sua vicenda umana. Nella sua prima vita Renzi ha avuto un’ascesa rapidissima. Presidente della Provincia a 29 anni, sindaco a 34, premier a 39. Quando prende il 41 per cento alle Europee del 2014 dà l’impressione di avere l’Italia in mano. Sicuramente ha in mano il biglietto vincente della lotteria. Lo perde a 41 anni, quando viene sconfitto al referendum, anche e soprattutto per una sbagliata comunicazione di se stesso. E lì sembra finito. Un uomo, anzi una meteora del passato, tanto che Giorgetti, l’anno scorso, distribuisce la sua foto ai ministri leghisti per ammonirli a non fare la stessa fine.

Ma la vita è imprevedibile e nel giro di poco più di un mese Renzi si è ripreso la scena. Ha sconfitto Salvini, ha costretto Zingaretti a smentirsi, di fatto ha dato un governo al Paese. Ora, un nuovo colpo di teatro: dà scacco a un partito che non gli ha mai voluto bene e diventa arbitro di un governo di cui è stato regista. Ha di nuovo in mano il biglietto vincente. Per riscuoterlo, non deve ripetere gli errori del passato.