La magistratura è tutta un mondo di mazzette, impunità, raccomandazioni e intrallazzi con la politica? No, ma no come la politica non è tutto un mondo di corrotti, così come i professori universitari non sono tutti baroni, la sanità non è solo malasanità e perfino i giornalisti non sono tutti cialtroni. Se c’è una cosa che spero resti di questa inchiesta sul Csm, è la fine delle generalizzazioni.

È perfin banale osservare che non si può dividere l’umanità in categorie buone e categorie cattive. «La linea di demarcazione fra il bene e il male non è fra un gruppo di uomini e un altro gruppo di uomini, ma all’interno del cuore di ciascun uomo», diceva sant’Agostino. Di «ciascun uomo», perché ognuno di noi ha qualcosa da farsi perdonare. Mi fa inorridire sentire qualcuno che dice di sé «io sono una persona onesta», «io sono una persona perbene»: nel momento in cui afferma una cosa del genere ha già compiuto un atto di disonestà, cioè una menzogna, perché di esseri umani concepiti senza peccato originale ne risulterebbe uno solo, anzi una sola. «Il giusto pecca sette volte al giorno», dice la Bibbia.

E però va pur detto che ad avere alimentato questo mito della contrapposizione fra ladri e onesti è stata proprio la narrazione leggendaria sull’assoluta purezza della magistratura. Ci sono stati giornalisti e movimenti politici che hanno costruito le proprie fortune dipingendo l’Italia come uno dei Paesi più corrotti del mondo, i politici come tutti ladri, gli avvisi di garanzia come testi sacri. E adesso si scopre – ma che strano – che anche fra i magistrati non solo ci può essere chi sbaglia, ma pure chi è in malafede. Il risultato è che la fiducia nella magistratura è passata dal 95 per cento dei tempi di Mani Pulite all’attuale 44 (sondaggio di Noto di ieri). 
E il vero danno non l’hanno neanche fatto i magistrati finiti ora sotto inchiesta, ma i moralisti che li hanno idolatrati. Chiedo scusa se passo da una citazione di sant’Agostino a una di Andreotti, ma è troppo bella: «Io distinguerei le persone morali dai moralisti, perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discuterne, non hanno poi il tempo di praticarla».