Ho letto l’altra notte, durante una notte insonne, “La mattina dopo”, il libro che Mario Calabresi ha scritto quest’anno dopo aver perso la direzione di Repubblica in modo improvviso, e quindi traumatico. Calabresi racconta di come ci si risveglia il giorno successivo a un grande dolore: la perdita di un posto di lavoro appunto, ma anche e ancor più un lutto, un incidente, la fine di un amore. Aggiungerei, fra i dolori, quelli che siamo noi a procurare ad altri, perché se abbiamo un cuore e una coscienza anche quelli ci fanno male. In tutti i casi ci si risveglia, la mattina dopo, aggrediti dal dolore. 

È questa la sensazione che si prova quando finisce il sonno, ammesso che sonno ci sia stato: sentirsi aggrediti.

Mario racconta tante storie, oltre alla sua, voglio dire oltre al suo avvicendamento alla guida di Repubblica, che poi non è certo il dolore più grande della sua vita: lui è il figlio - lo ricordo, ma penso lo sappiano tutti - del commissario Luigi Calabresi, il quale fu ucciso da militanti di Lotta Continua, il 17 maggio 1972, al culmine di un’infame campagna di odio, che addebitò a lui (giovanissimo e indifeso funzionario di polizia) la responsabilità della strategia della tensione. Mario aveva due anni quando gli ammazzarono il babbo, di cui conserva solo un fugace ma nitido ricordo: lui sulle sue spalle, tenuto in alto per vedere meglio una banda che suona. E poi la morte, quattro anni fa, anche del suo padre adottivo Tonino Milite, il dolore di sua mamma Gemma, la roccia che per la prima volta non si sente più roccia. E tante altre storie ancora: amici, colleghi, sconosciuti incontrati per caso, uomini e donne di cui Calabresi racconta quella durissima mattina dopo e la fatica di ripartire, di trovare una ragione anche se non c’è mai una ragione.

E bisogna vivere, tuttavia. Come? Ornella Vanoni canta che "non c’è niente di più triste, in giornate come queste, che ricordare la felicità". Sono d’accordo solo fino a un certo punto. Perché siamo fatti, siamo costituiti anche (non solo: ma anche e molto) da ciò che abbiamo vissuto e la felicità passata non si cancella. Permane, e non si può trasformare in dolore.

Calabresi cita poi una frase di Leonard Cohen: "In ogni cosa c’è una crepa, è da lì che passa la luce". È molto bella. Ma a volte la crepa non la si scorge neppure. E allora resta quello che Paolo di Tarso attribuisce ad Abramo: "Sperare contro ogni speranza". È questo che ci fa alzare, certe mattine dopo.