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Il valore dell'editoria

di PAOLO GIACOMIN
Ultimo aggiornamento il 6 maggio 2018 alle 08:44

La libertà di stampa è stata celebrata, come ogni anno, con i doverosi impegni a sostegno dell’informazione. Il ricordo dei giornalisti uccisi, la vicinanza non formale ai colleghi minacciati solo perche hanno onorato il dovere di informare, non è solo un rito retorico. Chi fa il mestiere lo sa. Il minimo che ci si può augurare è che gli impegni non restino lettera morta. Quello che si può pretendere è che il prossimo governo, specie se avrà le insegne dell’esecutivo in qualche modo istituzionale, metta il sostegno al giornalismo e all’editoria tra i punti qualificanti della propria agenda. Non è questione secondaria: non c’è libertà senza libertà economica. Difficile pensare a un’informazione libera senza risorse. Fuor di demagogia: non c’è libertà di informazione senza aziende forti ed editori puri. Il cui interesse economico coincide con la missione stessa del loro fare impresa e del lavoro dei giornalisti: fare informazione. Le parole del presidente Mattarella in occasione della giornata della libertà di stampa sono garanzia di una sensibilità istituzionale non scontata che la politica non potrà e non dovrà ignorare. Impegnandosi ad accompagnare un settore cruciale, come la filiera dell’editoria, nella difficile traversata del deserto dell’era digitale.

Non ci sono novità da scoprire, i fronti caldi sono noti da tempo. Sono in cima alla lista di priorità di chiunque abbia a cuore l’informazione professionale, dalla carta stampata al web, nodi da sciogliere noti a quanti sono consapevoli della necessità di non relegare l’informazione solo agli algoritmi e ai click dei più forti. L’attenzione al mondo dei media non rispecchia, però, solo il dovere di informare, ma anche le necessità di una voce importante nell’economia del Paese. Rispecchia le esigenze del mondo economico di uscire da uno stallo politico che, a lungo andare, potrebbe rivelarsi letale per le possibilità di crescita e di rilancio dell’occupazione. Alla vigilia di un altro giro di consultazioni, trascorsi due mesi dal voto, c’è un’Italia che ha un problema: è il paese che produce, lavora, crea le basi del benessere collettivo, le fondamenta della convivenza, le ragioni di speranza. E non può permettersi di reggere troppo a lungo i minuetti di palazzo. Il presidente Mattarella lo sa. I partiti?

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