Tra boom economico economico e bum e basta c’è la stessa differenza che passa tra una crescita da anni ’60 e lo scoppio di un palloncino gonfiato da aspettative un po’ fuori dalla realtà. Aspettando il boom economico vaticinato dal vicepremier Luigi Di Maio meglio maneggiare con cura un anno delicato. Il 31 gennaio l’Istat renderà note le stime sulla crescita del Pil nel quarto trimestre: se davanti ci sarà un segno meno – come annuncia il calo della produzione industriale a novembre – l’Italia sarà tecnicamente in recessione. Sul dato del quarto trimestre sarà calcolata la previsione di crescita del 2019 che il governo ora fissa allo 0,9%. Stima ottimistica.

La crescita prevista per il 2019 impatterà sulla formulazione del Documento di economia e finanza (Def) che il governo dovrà varare a metà aprile. Tradotto: l’esecutivo potrebbe essere costretto a buttare nel cestino i numeri scritti nella legge di Bilancio e riscriverli con inchiostro meno rosa. Fatto che, da solo, aumenterebbe in modo esponenziale gli attriti tra Lega e 5 Stelle per la divisione delle (scarse) risorse disponibili e tra i partiti di maggioranza e le rispettive basi.

Motivi di contrasto, del resto, spuntano ormai ogni giorno: la Tav, richiesta ieri a gran voce in una piazza con abbondanza di voti leghisti e respinta con altrettanta forza in zona 5 Stelle, è solo un esempio. La legalizzazione della cannabis a scopi ricreativi e il ‘no pasaran’ di Salvini ai grillini. Il ‘no sbarcheran’ dello stesso Salvini sterilizzato dal premier Conte. Il via libera all’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Le polemiche sul salva Carige. La svolta di Grillo sulla scienza e l’ira dei No Vax.

La frenata dell’economia, del resto, non è materia nella disponibilità di un singolo governo. Tanto meno di quello italiano. I timori di recessione sono globali: dal rallentamento dell’economia cinese alle tensioni di una guerra commerciale tra Pechino e Washington. In Europa la Germania tira il freno: la produzione industriale tedesca, a novembre, è scesa dell’1,9% contro le attese di un meno 0,3%. Pesano la grande incognita Brexit e i timori di un’uscita disordinata dalla Ue. Quadro a tinte fosche nel quale un Paese come il nostro dovrebbe muoversi con cautela e misure efficaci a sostegno della crescita. Non solo sperare per l’ennesima volta nel miracolo digitale augurandosi un boom da anni ’60, mentre la gelata dell’economia consiglia di evitare almeno il bum e basta.