Ieri abbiamo dato notizia della sentenza che condanna la sanità pubblica marchigiana a pagare a 300 infermieri 750mila euro di arretrati perché non era stato riconosciuto loro, come orario di lavoro, il tempo impiegato per mettersi e togliersi il camice: venti minuti al giorno. Oggi abbiamo scoperto che l’andazzo è praticamente legge in tutta Italia, e in tutti i mestieri o quasi.
«Siamo un Paese in pausa caffè», abbiamo intitolato ieri l’editoriale. Oggi, visti tutti i casi pescati dai nostri Achille Perego e Antonio Troise, titoliamo che «siamo il popolo della pausa caffè». Numerose sentenze, infatti, stabiliscono che dev’essere conteggiato come orario di lavoro anche il cosiddetto «tempo tuta» in numerose categorie. C’è da chiedersi, però, perché allora non sia considerato lavoro anche il mettersi la cravatta dell’impiegato di banca; o lo svuotare la pattumiera di casa propria di un netturbino.
Nessuno vuole infierire su professioni tutt’altro che strapagate: ma qualche dubbio sul principio ci permettiamo di avanzarlo. Perché non pagare anche il tempo trascorso per andare al lavoro? In auto, in metropolitana, in bus, in treno? Sbaglierò, ma ho il sospetto che certe rivendicazioni siano eredità di un tempo che non c’è più: non dico un tempo di Bengodi, ma sicuramente un tempo in cui si aveva la sicurezza che un posto fisso, prima o poi, lo avremmo avuto tutti. E che da quel posto non ci avrebbe più schiodato nessuno. Oggi ahimè quella stagione è uno sbiadito ricordo, i giovani faticano a trovare lavoro, prima si arrangiano con gli stage e poi devono accontentarsi di contratti a tempo determinato e di paghe ben più basse di quelle che avevano alla stessa età i loro genitori. E le aziende, soprattutto quelle piccole e medie, sono già strozzate da un costo del lavoro senza eguali (o quasi) al mondo. Insomma certi lussi forse non ce li possiamo più permettere. L’unica consolazione viene dalla Spagna, dove i giudici hanno sentenziato che va considerata lavoro anche la partita a calcetto con i colleghi: per una volta non siamo noi italiani i peggiori.