In una lettera al quotidiano 'Il Foglio', Luigi Di Maio ha chiesto scusa all’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, che nel 2016 fu arrestato e costretto a dimettersi, e che ora è stato assolto da ogni accusa. Di Maio chiede scusa perché partecipò anch’egli, in quel 2016, ai processi di piazza in cui Uggetti venne insultato e indicato al pubblico disprezzo. "Modalità", scrive Di Maio, "grottesche e disdicevoli". Attenzione: questa storia non riguarda solo Di Maio e Uggetti. Riguarda tutti noi, quello che siamo stati negli ultimi trent’anni. È la storia – uso il termine usato da Di Maio – di un "imbarbarimento".

Tutto è cominciato nel 1992, con la famosa inchiesta Mani Pulite. Inchiesta sacrosanta, perché a Milano (e non solo) chi si approfittava e si arricchiva con la politica c’era, eccome se c’era. Molti potenti erano diventati arroganti, bulimici, impuniti. Meno male che Di Pietro e i suoi colleghi intervennero. Ma poi. Ma poi subentrò appunto l’imbarbarimento. Lo sparare nel mucchio, il rancore, l’odio sociale, la cultura del sospetto, la furia iconoclasta, il gusto inerte e vigliacco di vedere qualcuno in galera (non importa chi e perché, basta che stia in galera), le tricoteuses con la loro voglia di ghigliottina. Era l’Italia delle fiaccolate e pochi ne capirono il rischio diabolico, che era quello di dividere il Paese in due: i cittadini tutti onesti, i politici tutti ladri.

Di più, il rischio diabolico era ancora di più, era il promuovere una gigantesca, collettiva autoassoluzione. Ciascuno si poteva convincere che, se le cose andavano male, la colpa era sempre degli altri. Ciascuno arrivò a dir di sé "io sono onesto", e magari non pagava proprio tutte le tasse, e magari rubava sulle note spese, e magari qualche finta malattia, e insomma. Su quell’onda nacque, prosperò e negli anni seguenti vinse il partito di Luigi Di Maio. Il quale oggi riconosce che cosa furono i loro metodi: "Campagne social, sit-in di piazza, insinuazioni, utilizzo di frasi al condizionale", insomma "l’utilizzo della gogna come strumento di campagna elettorale". Purtroppo, anche tanto giornalismo è complice e corresponsabile di quell’infamia. "È giusto che io esprima le mie scuse", scrive Di Maio. E verrebbe da dire chapeau, però verrebbe forse ancor di più da dire: troppo comodo, perché con quei metodi siete poi arrivati al potere, e al potere ci siete ancora. Ma non lo diciamo.