Martedì comincia il festival di Sanremo. È sempre stato un evento soprattutto televisivo. Il pubblico, voglio dire, è sempre stato quello che sta a casa davanti alla tv. L’Ariston, che sembra chissà cosa grazie ai grandangolari delle telecamere, è in realtà un piccolo teatro. Eppure se quel piccolo teatro sarà vuoto, verrà difficile ripetere che Sanremo è sempre Sanremo. Cantare davanti a file di sedie vuote non sarà facile. E senza la folla che aspetta i cantanti davanti all’ingresso, e senza i ristoranti pieni in piazza Bresca e dintorni, mancherà qualcosa di molto simile all’anima.

Poi, è probabile che questo festival sia più seguito dei precedenti, perché la gente la sera è chiusa in casa e se non guarda la tv che cosa fa; e siamo anche tutti stufi di sentir parlare di malamorte e di malattia, quindi ben vengano le canzonette. Non è questo il punto. È che chi sarà a Sanremo vivrà un festival fantasma e toccherà con mano che cosa abbiamo perduto nell’aver fatto sparire, dalla nostra vita quotidiana, la presenza dei corpi.

I corpi sono spariti dagli stadi, sono spariti da molte scuole, sono spariti la sera dai ristoranti e dai bar. E non è soltanto per via del Coronavirus. È da un pezzo che non ci vediamo più al solito posto. L’altro ieri abbiamo accolto tutti con sollievo la notizia che il 27 marzo, forse, riapriranno i cinema. Benissimo. Ma da quanto tempo avevamo già smesso di andare al cinema? E i bar? In quali sere si potevano vedere ancora i bar cantati da Giorgio Gaber, quelli popolati dai Cerutti Gino e dai Riccardo? E le fabbriche?

Da quanti anni le grandi città avevano già cancellato l’epopea delle fabbriche, quelle di Vincenzina di Romanzo Popolare, capolavoro di Monicelli. Eppure anche quelli erano luoghi di aggregazione.

Ecco, se c’è una cosa positiva di questi maledetti lockdown, spero, è che ci abbiano fatto capire quanto siano importanti i corpi: senza i quali non c’è neppure l’anima.