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Editoriale

La ragione di vita ormai è la serie tv

michele brambilla

Sul Carlino di ieri avrete forse letto i commenti dei social alla notizia, anzi alle due notizie, che avevamo proposto su Facebook e Instagram. Prima notizia: a Gaggio Montano una donna (disoccupata) trova una bustina per surgelati con 10.500 euro in contanti e la porta ai carabinieri affinché la restituiscano al proprietario (cercato e trovato). Seconda notizia: a Macerata, a un distributore di benzina, un’ex guardia giurata vede uno zaino abbandonato e lo fa restituire al proprietario: dentro c’erano alcune centinaia di euro. Due “buone azioni“, insomma. Ecco: mi ha colpito il cinismo con cui sono state interpretate queste due “buone azioni“. 

Nella stragrande maggioranza dei casi, il commento è stato negativo: se certa gente ha così tanti soldi in contanti chissà cosa c’è dietro; se uno è così imbecille da perdere tanti soldi, non merita di riaverli; io una volta ho perso il portafogli e col piffero che me l’hanno restituito, quindi quei 10.500 euro se li avessi trovati io me li sarei tenuti e buonanotte. E così via. Ho pensato alle parole che mi ha detto ieri una collega, la nostra bravissima Viviana Ponchia: "In questi ultimi due anni siamo diventati tutti più cinici. Siamo peggiorati in tante cose".

Ma non doveva migliorarci, il Covid? Non doveva farci sentire tutti partecipi di un destino comune? Non doveva farci diventare tutti più solidali? Se ci pensiamo bene, se pensiamo a com’è cambiata la nostra esistenza a partire dalle cose più piccole, sì, la nostra routine quotidiana è cambiata. Le serie tv sono diventate una ragione di vita. Leggiamo di meno, andiamo pochissimo al cinema o a teatro, e la sera o la notte ci pappiamo cinque o sei puntate di fila di serie tv che sono fatte benissimo, ma che hanno il difetto di non far sapere come va a finire se non dopo cinque o sei parti di otto o dieci puntate ciascuna.

Lo scopo di chi ha concepito la maggior parte di queste serie tv è quello di creare una dipendenza nello spettatore. Il quale finisce per fare quello che sempre più stiamo facendo da due anni a questa parte: rinchiuderci. In casa e in noi stessi. Siamo diventati cinici, disillusi, pessimisti. I giovani dicono: siamo la prima generazione veramente fottuta della storia. Ed è vero che è stato tolto loro qualcosa di irrecuperabile.

L’altra sera guardavo un film sulla seconda guerra mondiale con mia figlia e lei, vedendo i bombardamenti su Londra, a un certo punto ha detto: altro che il Covid. Sì, è vero, la guerra era peggio del Covid. Ma dentro la guerra c’è sempre una forza vitale, c’è sempre qualcuno che vince e qualcuno che perde. Qua invece – dico a livello di popolo – non ha vinto nessuno. E la cosa peggiore che ci possa capitare, adesso, è la sindrome del reduce.

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michele brambilla