Sarebbe azzardato sostenere che gli italiani, oggi, hanno meno paura del Covid rispetto a marzo, visto che i dati sono ogni giorno sempre più inquietanti. Però colpisce la reazione del mondo della scuola alla notizia del ritorno - solo per le superiori e solo in alcune regioni - alla didattica a distanza. Non ne vogliono sapere gli studenti, e si potrebbe anche capire: sono giovani e forti, quindi audaci. Ma protestano anche i presidi, gli insegnanti, i sindaci. E così non vuole chiudere il mondo dello sport, non vuole chiudere il mondo dello spettacolo, non vuole chiudere nessuno, i ristoranti sono ancora pieni, le strade pure. Qualcosa è cambiato?

Forse sì, qualcosa è cambiato. A marzo nessuno fiatò quando chiudersi in casa sembrava l’unica soluzione. Fummo obbedienti, disciplinati che sembravamo tedeschi. Ma anche prima del lockdown - voglio dire i giorni, le settimane prima - soprattutto in certe zone d’Italia si vedeva in giro meno gente di adesso. I ristoranti erano mezzi vuoti, le stazioni ferroviarie anche. Abbiamo avuto molta paura, ed è stata quella a rendere efficaci le misure prese dal governo su richiesta degli scienziati.

Adesso abbiamo molti più contagi (almeno molti più contagi rilevati, visto che a marzo si facevano un decimo dei tamponi di oggi) ma, sembra, meno paura. Ci diciamo che, appunto, quello che conta è il rapporto fra tamponi e contagi; ci diciamo che oggi qualche cura l’abbiamo, che la Bestia è meno ignota. E così, oggi il popolo non vuole più il lockdown: e lo sa bene il premier, che infatti se ne guarda bene dal richiudere tutto, perché sa che non avrebbe più il consenso che ebbe allora. Poi magari fra qualche giorno cambia tutto, riprecipitiamo nel terrore e anche il governo ordina nuovi lockdown.

Ma un giornale fotografa l’oggi, e l’oggi ci dice che gli italiani non hanno nessuna voglia di richiudersi in casa. E allora, torniamo alla domanda: abbiamo meno paura?

Forse non è l’aver meno paura. Quella rimane sempre. Però ci stiamo in qualche modo abituando. Abbiamo deciso che basta una consonante per cambiare la prospettiva: con-vivere è meglio che non-vivere.

E così ci avviciniamo, almeno un po’, a quanto fecero i nostri genitori e i nostri nonni, e prima ancora tutte le generazioni della storia che ci hanno preceduti: uomini e donne che non conoscevano la vita a rischio zero, né la comfort zone in cui siamo cresciuti.

La paura resta ma s’impone la voglia, e forse pure il dovere, di vivere. Con tutte le cautele del caso, perché il negazionismo e il riduzionismo sono una suprema imbecillità. Il virus c’è ed è cattivo, ma proviamo a non farci paralizzare.