Ieri mattina molti quotidiani italiani hanno utilizzato il vocabolo "ricostruzione", o il verbo "ricostruire", nella titolazione della prima pagina. Ne ho contati almeno dodici. Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno: "Ricostruire come nel Dopoguerra". Corriere della Sera: "Draghi: uniti per la ricostruzione". Il Sole 24 Ore: "Unità per la nuova ricostruzione". Il Messaggero: "Insieme per la Ricostruzione". Avvenire: "La nuova Ricostruzione". Il Secolo XIX: "Draghi e il tempo dell’unità: è un dovere per ricostruire". Il Gazzettino: "La Ricostruzione di Draghi". Il Piccolo: "Draghi al Senato: una nuova ricostruzione". Giornale di Brescia: "Draghi: uniti per ricostruire l’Italia". Il Quotidiano del Sud: "La nuova Ricostruzione".

Come avrete notato, molti hanno usato questo termine al maiuscolo: Ricostruzione. Come Dopoguerra.

Le due parole sono strettamente legate. Parlando di una nuova ricostruzione, Draghi ha fatto esplicitamente riferimento agli anni che seguirono la catastrofe della seconda guerra mondiale. L’Italia ne uscì sconfitta dalle armi, divisa da una guerra civile, umiliata dall’orrore di una sciagurata alleanza con Hitler, devastata dalle macerie. Da ricostruire non c’erano solo case e fabbriche. C’era da ricostruire una democrazia, una credibilità internazionale, una convivenza fra cittadini che avevano fatto scelte diverse (Resistenza o sottomissione ai nazifascisti) e che ancora le stavano facendo (America o Russia, insomma Don Camillo o Peppone). A proposito: Giovannino Guareschi chiamò il nostro Paese, in quel 1946, "Italia provvisoria".

C’erano tanti problemi, ma c’erano politici di grande statura: politici che avevano pagato duramente l’avversione alla dittatura, e quindi abituati a soffrire. Ma soprattutto c’era un popolo. Un popolo che sapeva che cosa significasse avere fame. Quel popolo sono i nostri nonni e i nostri genitori, cui Draghi ha rivolto l’altro ieri un ricordo e un ringraziamento affettuoso. Sapremo noi fare per i nostri figli ciò che essi fecero per noi? Questo è quello che si è chiesto il nuovo premier.

La pandemia, ma ancor prima la crisi che aveva fatto dell’Italia, già negli anni passati, un Paese in declino, sono il nostro nuovo Dopoguerra. Questo governo è la speranza per ripartire. Da solo, però, non basterà. Serviremo tutti noi, ciascuno per quello che può dare.