Ci sono almeno due emergenze sanitarie più gravi del Coronavirus, eppure non se ne parla mai, né tantomeno si interviene con divieti o zone rosse, e neppure con campagne di informazione. Una di queste due emergenze è la droga, argomento tabù per il politicamente corretto: e va be’, questa almeno noi l’abbiamo denunciata più volte. L’altra è quella prodotta, nei bambini e negli adolescenti, dall’uso, o meglio dall’abuso, dello smartphone.

Se ne parla quando si arriva alla tragedia, come l’altro giorno, quando una bambina di dieci anni di Palermo s’è ammazzata, involontariamente, seguendo a quanto pare una folle sfida che va di moda sui social, il Black out challenge: ci si stringe una cintura o una corda al collo per vedere fino a quando si resiste. Ma poi, appena finita l’eco della cronaca, ci si torna a disinteressare degli uppercut che lo smartphone piazza al cervello di bambini e adolescenti. Eppure anche questa è una pandemia. Non c’è un solo neuropsichiatra che abbia dubbi sulle conseguenze subite dal sistema nervoso centrale dei bambini e degli adolescenti che fanno dello smartphone un’appendice del proprio corpo. Una dirigente della Polizia Postale, da noi intervistata ieri, ha detto che i genitori debbono parlare con i figli per metterli in guardia, mentre "vietare l’uso dei telefonini, questo no, non è possibile".

Con tutto il rispetto, penso che abbia ragione il senatore Andrea Cangini, ex direttore di questo giornale, il quale sostiene che dare un telefonino a un bambino/adolescente e spiegargli che lo deve usare con parsimonia è come dare un etto di cocaina a un tossico con la raccomandazione di consumarne il meno possibile. E guardate che non parliamo a caso di cocaina: i neuroscienziati sostengono che gli effetti clinici dell’abuso di social e videogiochi sono gli stessi. Ci sarebbe poi da aggiungere che, ormai da un pezzo, i figli non obbediscono più ai genitori. Ma di questo magari riparleremo presto.