Nel gennaio del 1922 l’Italia progettò la prima autostrada del mondo: cioè una strada da Milano a Varese riservata alle automobili (quindi niente carri, cavalli, pedoni e ciclisti) e soprattutto a pagamento: 12 lire per un’utilitaria, 20 lire per una a otto cilindri. Il 26 marzo 1923 cominciarono i lavori. Il 21 settembre 1924 veniva inaugurata dal Re Vittorio Emanuele III. In un anno e mezzo erano stati realizzati 49,2 km di autostrada con 17 caselli, 35 sovrappassi, 71 sottopassi. L’opera era costata 90 milioni di lire: esattamente la cifra che era stata messa a preventivo al momento del progetto.

Penso a tutto questo ora che decine di migliaia di sventurati cercano di andare al mare al Sud percorrendo l’A14, che è bloccata da lavori infiniti fra le Marche e gli Abruzzi; o peggio ancora s’illudono di andarvi in Liguria, paralizzata ormai da settimane. Com’è possibile? Com’è possibile che cent’anni fa questo Paese, sfibrato dalla guerra e dalla Spagnola (altro che il Covid) potesse costruire un’autostrada in un anno e mezzo, senza sperperare una lira? E oggi ogni lavoro si trasforma in un eterno cantiere? È chiaro che la risposta non può risiedere nella scienza e nella tecnica, infinitamente più evoluta di allora. È la politica, la burocrazia, in definitiva è l’uomo, è l’italiano che è peggiorato. È il sistema diabolico che ha messo in piedi. E se questo è lo spettacolo che offriamo a chi viene dall’estero, allora non stracciamoci le vesti se qualche Paese del Nord eccepisce quando si parla di aiuti europei all’Italia.

Ho cominciato ricordando la Milano-Laghi. Finisco con un altro esempio perfin scontato, ma da non dimenticare mai. La Via Emilia, da Rimini a Piacenza, fu realizzata in soli due anni. E mancavano due secoli alla nascita di Nostro Signore.