Roma, 2 settembre 2019 - Fitch non taglia il rating, ma si limita a rivedere in peggio le previsioni per l’Italia. Moody’s posticipa il giudizio a ottobre, alla presentazione della nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Prevale la prudenza. Forse la voglia di evitare una crisi globale azzannando la seconda economia dell’eurozona in un momento nel quale le Borse galoppano. L’Italia è troppo grande per essere salvata, ma è anche troppo grande per essere lasciata fallire. Per il governo giallo-verde è una concessione di tempo da sfruttare prima che sia troppo tardi. Per esempio, prima che Moody’s dica la sua, lasciando al ministro dell’economia, Giovanni Tria, la possibilità di chiarire, nero su bianco, numeri, impegni di bilancio, volontà o meno di rispettare i vincoli europei, piani di riforma. Primo obiettivo, appannato dalle priorità politiche di Flat tax e reddito di cittadinanza, rimane evitare le clausole di salvaguardia e il conseguente aumento dell’Iva che sarebbe letale per l’economia italiana.Il rallentamento del Pil nel secondo trimestre indica chiaramente la fine di una ripresina incassata a traino della crescita mondiale più che guadagnata dai precedenti governi.

Uno stop che rende ancora più difficile trovare risorse per la realizzazione dei programmi elettorali rispettando gli impegni internazionali. Difficoltà che è prevedibile accelerino la corsa al rialzo tra i vice premier Salvini e Di Maio e più arduo il lavoro di moderazione e chiarimento affidato, almeno nelle intenzioni, alla cabina di regia voluta dal premier Giuseppe Conte. Il pit-stop, tra un giro di comizi, post e tweet. Lavoro delicato, manutenzione di un contratto di governo il cui rispetto oggi è messo alla prova dalla caccia pubblica al consenso ma presto, aperti i lavori per la legge di bilancio, dovrà vedersela con i lavori parlamentari nelle commissioni. Terreno da sempre perfetto per il tradizionale assalto alla diligenza. Che, di norma, è sempre più cruento quando la politica sente l’odore di nuove scadenze elettorali. Come le europee del prossimo anno, da molti indicate anche come il possibile «liberi tutti» per le forze della maggioranza. Da quelle elezioni uscirà un’Europa nuova, sovranista o meno che sia. I primi segnali da tenere d’occhio non sono in Italia, ma nella Baviera al voto in ottobre. E negli Stati Uniti, a novembre, elezioni di metà mandato per Donald Trump.