Ricordate quando dicevamo ai nostri figli di smettere di guardare la tv? “Troppa tv fa male!”: i neuropsichiatri mettevano in guardia dai rischi di ore ed ore trascorse davanti a cartoni animati, film, partite di calcio. Oggi siamo arrivati ad attaccarci alla tv come àncora di salvezza. “Adesso basta, ora guarda un po’ di tv!”, diciamo ai figli per strapparli a una dipendenza ben più invasiva: quella dello smartphone, di internet, dei videogiochi. Tutte conquiste benedette, per carità: ma devastanti se abusate. Il problema non è nuovo: ma è drammaticamente peggiorato da quando le scuole sono chiuse.

Costretti in casa ormai da dieci mesi salvo rare interruzioni, e costretti pure a stare davanti a un computer anche nelle ore in cui di solito stavano di fronte a una cattedra e a una lavagna, ma soprattutto di fronte e di fianco ad esseri umani, i nostri ragazzi stanno subendo danni incalcolabili.

E sicuramente non calcolati da un governo che non ha fatto nulla, finora, per evitare questa segregazione di massa senza precedenti. Certo che c’è il virus. Ma tutti i dati indicano che i contagi nelle scuole sono minimali; e anche Agostino Miozzo, coordinatore del Cts (Comitato Tecnico Scientifico) che suggerisce al governo le misure anti-Covid, ha detto ieri al nostro giornale che la didattica a distanza è più pericolosa.

"Un’intera generazione – ha aggiunto – pagherà un conto salatissimo: i ragazzi privati della socialità sono insicuri, incerti, spaventati. Non possiamo continuare così". Eppure il governo, che dovrebbe ascoltare il Cts, continua così. Nulla è stato fatto per migliorare i trasporti pubblici: e la riapertura delle scuole è stata ancora una volta, beffardamente, rinviata. Attaccarsi allo smartphone diventa così la sola alternativa, o meglio la più facile e istintiva, per chi è chiuso in casa.

Ma non è l’unico effetto collaterale. I ragazzi non vedono gli amici, banalmente non vedono il cielo, i prati, le strade, la neve e il sole, e perfino la pioggia sarebbe un toccasana piuttosto che lo stare in tuta o in pigiama per mesi. E la conseguenza paradossale è che sono anche pochi i ragazzi che vanno in piazza a protestare: un po’ perché in piazza non si può andare, e molto perché vien insinuata in loro l’idea che è più comodo così, anzi in questo modo si preparano a entrare nel favoloso mondo dello smart working. Ma, dentro, cova in questi ragazzi un’aggressività che un giorno, caro signor premier, non ci saranno 'ristori' possibili.