L'altra sera mio figlio Martino, vent’anni, mi ha chiesto che cosa pensassi della Superlega che qualcuno vorrebbe ora far nascere nel calcio. Gli ho risposto nel modo seguente.
Ho avuto la tua età, caro Martino, in un mondo in cui tutti pensavamo che alcune cose fossero eterne: la Dc e il Pci, il Muro di Berlino, il Papa che resta Papa fino alla morte. Ho cominciato a fare il giornalista battendo i polpastrelli sulla tastiera di pesantissime macchine per scrivere: già la Lettera 22, portatile, sembrava un audace prodigio della tecnica. Si scriveva un pezzo anche grazie a una mezza dozzina di Marlboro. Quando arrivarono i computer e il divieto di fumo, molti di noi dissero: il mestiere è finito.

I giornali erano composti con il piombo e l’informazione era affidata quasi esclusivamente alla carta. Di telegiornali ce n’era uno solo, alle otto della sera, sull’unico canale esistente, il Nazionale. Quando arrivarono il secondo e il terzo canale pensammo a un progresso. Ma quando arrivarono le tv commerciali ci dicemmo che la tv non era più quella di una volta. Poi è arrivata la pay tv e abbiamo detto: la tv generalista è morta. Oggi vediamo Netflix sullo smartphone e diciamo: la tv è morta. Perché con lo smartphone si fa quasi tutto, e quindi diciamo che pure il cellulare - fantascienza solo l’altro ieri - è già morto. Quando arrivarono i supermercati dicemmo: i negozi sono morti. Oggi c’è Amazon e diciamo: i supermercati sono morti.

E così è cambiato il calcio. Quando, nel 1964, si disputò l’unico spareggio per lo scudetto, la Rai ce lo fece vedere solo alle 22,25 e nel palinsesto annunciato non c’erano neanche i nomi di Bologna e Inter: solo "cronaca registrata di un avvenimento agonistico". Ancora negli anni Settanta seguivamo le partite la domenica pomeriggio alla radio, a "Tutto il calcio minuto per minuto": ma solo a partire dal secondo tempo. Alle ore 19 la tv di Stato comunicava tutti i risultati tranne uno, quello della partita di cui sarebbe stata poco dopo trasmessa la registrazione di un tempo. Di ogni squadra di quell’epoca ricordiamo ancor oggi a memoria le formazioni, perché i numeri andavano dall’1 all’11 e giocavano sempre, più o meno, gli stessi.

Ora pare proprio che questo progetto della Superlega - più simile a una serie tv che a un campionato - sia saltato, in seguito a una protesta collettiva dettata da chi, come me, ha di queste bizzarre nostalgie. Ma non credo che, comunque vada, tutto resterà come prima. La storia insegna che sono sempre i soldi a comandare. E sarà inutile dire che il calcio è morto. Il calcio semplicemente cambia, come tutto è destinato a cambiare. E non sta a noi, che abbiamo amato un altro mondo, dire se in meglio o in peggio.