QUALCHE sera fa, parlando con un vecchio amico rispuntato dagli anni Settanta, ci siamo chiesti: "Ma come facevamo, da ragazzi, a ritrovarci la sera senza WhatsApp?". Già: come facevamo a vivere? Sembra impossibile. Eppure vivevamo. Le ‘compagnie’ sapevano dove ritrovarsi, gli innamorati sapevano dove recapitare i loro messaggi, e qualcuno cantava ho scritto t’amo sulla sabbia. Era più bello allora? Era più bello il tempo dei gettoni del telefono, dei bigliettini infilati sotto i tergicristalli della macchina? Non lo so. Oggi, senza WhatsApp, ci sarebbero innamorati che non avrebbero la possibilità di dirsi stanotte ti ho sognato, e genitori che non saprebbero dove cavolo sono questi figli che non dicono mai con chi escono. È perfin banale, banalissimo ricordare quali straordinari vantaggi ci ha portato la tecnologia: dal mondo degli affetti a quello del lavoro. Ma di certo il prezzo che paghiamo è altissimo. Non sappiamo più scrivere a mano (qualche anno fa, quando morì mia madre, ritrovai un suo quaderno di scuola e stentai a credere che fosse scritto a mano, tanto era perfetta la calligrafia), non sappiamo più fare i conti, non sappiamo più guardarci negli occhi. Ormai si comunica con il cellulare anche in casa: spesso anche a tavola, seduti uno di fronte all’altro. È banale, banalissimo anche il dire questo: ma pure dire che dopo la notte arriva il giorno è banale, però è vero.

La notizia che anche WhatsApp è vulnerabile, e ci può infettare con un virus, è solo l’ultimo campanello d’allarme, dopo le rivelazioni sulle fake news, dopo la scoperta di essere tutti ‘profilati’, dopo la presa d’atto di quanti posti di lavoro si perdono a causa delle nuove tecnologie. Il problema è che questi campanelli d’allarme, ormai, non li ascoltiamo più; anzi, neppure più li sentiamo. Mai come adesso pensiamo di essere liberi, e mai come adesso siamo stati così controllati, schedati, influenzati. Non serve tornare ai gettoni del telefono. Serve però, ed è vitale, ogni tanto disconnettersi dalla rete per connettersi alla realtà; serve tornare a guardarsi in faccia, serve toccarsi, ricordarsi che ciascuno di noi ha ragion d’essere solo in relazione con un altro, un altro reale, non virtuale.