Si è arrivati dove sarebbe stato meglio non arrivare. A una crisi istituzionale ad alta intensità che ha già aperto, nei fatti, una campagna elettorale che non si può sapere quanto durerà ma che ha già le sue prime parole d’ordine forgiate a caldo: il mancato rispetto della volontà popolare, la sovranità limitata, il no all’euro e all’Europa e, addirittura, la voglia di impeachment della prima carica dello Stato. Non basterà l’incarico a Carlo Cottarelli, probabilmente oggi, a ricomporre una rottura. Potrà servire a placare le reazioni dei mercati. Difficilmente a garantire una stabilità finanziaria che vada oltre le emergenze e le misure di bilancio minime per tenere sotto controllo i conti ed evitare, per esempio, l’aumento dell’Iva a fine anno. La lettera di Paolo Savona, sulla cui nomina a ministro dell’Economia si è consumata la rottura tra il Colle e la maggioranza Lega-5Stelle, non è stata evidentemente giudicata sufficiente a fugare i dubbi anti euro. Hanno pesato più le parole mancanti di quelle presenti, non c’è un piano b che contempli l’uscita dell’Italia dalla moneta unica.

Governo, Conte rimette l'incarico. Mattarella convoca Cottarelli

Il Quirinale, nel difendere ruolo e poteri che gli sono propri, lo ha detto chiaramente: la presenza dell’Italia nell’euro non può essere discussa a cuor leggero, senza approfondire le conseguenze dell’uscita. Tanto più che non è stato oggetto della recente campagna elettorale. Nel solco del messaggio di Dogliani, il presidente della Repubblica si appella alla tutela del risparmio degli italiani prevista dall’articolo 47 della Costituzione. Si è arrivati dove non si doveva arrivare. I partiti coinvolti ora hanno più forza, oltre che il diritto, di chiedere il ritorno al voto. Servirebbe loro una forte dose di responsabilità per non andare oltre, se è vero che la loro volontà di governare è stata sincera e che questo, come sostengono altri, non fosse che il risultato previsto da qualcuno già dall’inizio delle trattative. L’ipotesi di partenza di un governo del presidente si va formando nel modo peggiore, in un quadro politico radicalmente cambiato dal quale non si può escludere una competizione elettorale tra alleanze finora inedite. Certo, sarà sempre più difficile colmare il divario, già ampio tra popolo ed élite, convincere gli italiani che il voto serve ancora a qualcosa e che l’Italia non sia un paese a sovranità limitata. Poco importa se sia vero o meno, bastano i 2.300 miliardi di debito pubblico a farci dei sorvegliati speciali. Siamo arrivati dove era meglio non arrivare: a una crisi istituzionale che richiede nervi saldi, sangue freddo e senso dello Stato per risolversi. Non è questo lo spirito del nostro tempo. E i mercati non stanno a guardare.