Sergio Mattarella va alle radici della Repubblica e innesta i lavori in corso per il governo sul pensiero di Luigi Einaudi. Il presidente liberale tanto citato quanto sconosciuto – e ancor meno studiato – nel Paese dove i liberali sono inversamente proporzionali a quanti si dichiarano tali. Mattarella arriva in Langa, a Dogliani, e dall’esperienza dello statista piemontese prende in prestito i puntini sulle i ricordando che il Capo dello Stato non è un notaio ma un robusto contropotere verso gli abusi. Che non passeranno leggi senza copertura finanziaria. Che la nomina del presidente del Consiglio è una prerogativa che intende esercitare fino in fondo. Come fece Einaudi quando, nel ’53, scelse Giuseppe Pella contro l’indicazione del partito di maggioranza.

Messaggio chiaro, chiari i destinatari: Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i leader che, nelle stesse ore, lavorano per chiudere il «contratto di governo» e arrivare al Quirinale con nomi e programmi sui quali il Capo dello Stato non si limiterà a mettere un timbro. Lega e 5 Stelle sono al fotofinish e devono fare i conti anche con il ritorno di Silvio Berlusconi al centro della scena politica. È tornato candidabile, può farsi eleggere in Parlamento. 
Nulla cambia per il progetto di governo giallo verde, assicurano dai quartier generali coinvolti. Ma è ovvio che non possa essere così. 

Berlusconi candidabile rafforza il centrodestra. Smorza nei forzisti i timori di nuove elezioni. Può spostare il baricentro del centrodestra un po’ di più verso gli azzurri essendo Berlusconi accreditato di una rilevante capacità di recupero voti. L’opposizione benevola al futuro governo – voteremo ciò che corrisponde al programma – potrà avere più forza. Se non sui numeri, sicuramente di spirito. Salvini oggi più di ieri, non potrà uscire dal tavolo con Di Maio con un accordo al ribasso. Il ritorno sulla scena di Berlusconi, però, cambia le carte in tavola anche per Di Maio che fin dal primo momento ha dovuto affrontare il fuoco amico di un pezzo di base grillina ben poco disposta nei confronti del Cavaliere e dell’accordo con la Lega.
Messa così, vale notare che il governo Pella messo in piedi da Einaudi e ricordato da Mattarella durò poco più di cinque mesi, fu definito «governo amministrativo» o «governo d’affari», ebbe come compito l’approvazione della legge di bilancio, fu composto da personalità estranee alla politica e consentì ai partiti di chiarirsi le idee. Somigliava un po’ al governo neutrale ventilato al Colle. Ma questa non può che essere una coincidenza.