Google sta mandando mail a pioggia per ricordarci tutti i nostri spostamenti del 2019: e noi siamo ormai talmente rimbecilliti dalla tecnologia che il tutto ci sembra una portentosa conquista. E invece siamo sudditi della più pervasiva dittatura della storia. L’altro giorno il nostro Matteo Massi ha raccontato di come Google lo abbia mappato giorno per giorno e luogo per luogo: non c’è pizzeria o lavanderia o autogrill o orinatoio che non sia stato memorizzato e archiviato. Altro che "Le vite degli altri" di von Donnersmarck: quelli della Stasi erano dilettanti al confronto di questi nuovi padroni del mondo.

Oggi alla faccenda dedichiamo il sondaggio di Noto: così, anche per capire quanto gli italiani siano consapevoli della loro sottomissione al Grande Fratello. Viviamo un tempo grottesco: per delle sciocchezze firmiamo tonnellate di carte sulla privacy ma poi teniamo in mano – e usiamo per cinque, sei ore al giorno quando va bene – uno smartphone che ci sequestra l’anima. Ieri – sembra che non c’entri niente, invece c’entra – sono venuti in visita al Resto del Carlino quelli che hanno fatto i presepi più belli lo scorso Natale. Prima della premiazione hanno visitato il nostro archivio e sono rimasti stupiti, affascinati dalla ricchezza di una memoria cartacea. Le buste con i vecchi ritagli di giornale, catalogate argomento per argomento, ci raccontano una storia, la nostra storia, come mai potranno fare, in futuro, le immateriali schermate di un computer o di un telefonino. E siccome si era fra gente di una certa età, abbiamo ricordato i tempi in cui sapevamo scrivere a mano (e anche leggere), i tempi in cui i bambini le statuine del presepe le facevano con la creta, e insomma i tempi in cui sapevamo usare le mani: mani con cui toccare, comunicare, accarezzare e (ormai sempre meno) lavorare, mentre oggi usiamo al massimo i polpastrelli dei pollici per stare connessi. E così gli occhi per guardarsi, le orecchie per ascoltarsi, la bocca per parlarsi: ha ragione il Papa quando dice che siamo matti a stare sempre a tavola con quell’arnese davanti.

Tutto questo non per disprezzare quel moltissimo che ci ha dato la tecnologia digitale, ma per prendere coscienza di quanto abbiamo smarrito. E per ribellarci. Sì accidenti, ribellarci: magari cominciando a negare a Google Maps il permesso di mapparci, perché dove vado e con chi sono fatti miei.