Credo che tutti gli italiani vogliano abbracciare in questo momento il signor Franco Antonello di Castelfranco Veneto. Per chi non avesse saputo della sua vicenda, la riassumo brevemente. È padre di due figli: Andrea, 26 anni, e Alberto, 18. Al primo, ventiquattro anni fa, è stato diagnosticato l’autismo. Da allora il signor Franco si è dedicato interamente a lui, lasciando anche il lavoro, e a questa vicenda Gabriele Salvatores ha dedicato un film proprio in questi giorni nei cinema, “Tutto il mio folle amore”. La notte di Ognissanti l’altro figlio, Alberto, è uscito di strada con l’auto e da allora è in coma, gravissimo. Questo terribile accanimento del destino me ne ha fatto ricordare un altro di qualche anno fa. 

Avevo appena terminato, in un teatro di Monza, un’intervista pubblica con Giacomo Poretti, con il quale (e con Aldo e Giovanni) avevo scritto un libro. Alla fine della serata si era avvicinata a me un’amica, neuropsichiatra infantile, riportandomi la richiesta di una donna, madre di tre figli, due dei quali ancora bambini e affetti da distrofia muscolare. «Giacomo è l’idolo di uno dei suoi bambini malati, riusciamo a organizzare un incontro?», mi chiese l’amica medico. Ci riuscimmo, e Giacomo ed io fummo ringraziati con un messaggio commovente: avevamo regalato un attimo di felicità a un bambino condannato da una gravissima malattia e a una mamma così segnata dalla sfortuna. Pochi giorni dopo, l’amica medico mi telefonò in lacrime: il terzo figlio di quella donna, il primogenito, l’unico sano, era morto in un incidente stradale.

Perché? Perché la vita è così dura, crudele, spietata con alcune persone? E solo con alcune persone? Perché questa ingiustizia? «Sono annientato», dice in queste ore il signor Franco Antonello, dopo l’incidente che ha ridotto così il suo unico figlio sano (e ucciso un’altra ragazza, la fidanzatina). «Annientato» perché non c’è più niente, a viste umane: più niente. Come potersi risvegliare ogni mattina? Al signor Franco auguro di avere, o di trovare, la stessa fede di quella mamma di Monza, che disse: «Mi fido di Dio, anche suo figlio è morto in croce».
Ma se non ce l’avesse, auguro almeno (che poi sarebbe la stessa cosa) di saper di nuovo trasformare tutto questo dolore in quella forza che Salvatores ha messo nel titolo del film, ‘amore’. Il signor Franco ha rinunciato a tutto di sé (‘rinuncia’: un termine passato di moda) per donarsi a un figlio. Non c’è nulla di più grande. Chi ha figli, sa. L’amore è folle, come dice il film. Ma è la follia che move il sole e l’altre stelle.