C'era una volta la Fabbrica Italiana Automobili Torino. Era stata fondata, nel 1899, da una dozzina di aristocratici e notabili riuniti a Palazzo Bricherasio. Il primo stabilimento fu in corso Dante, con 150 operai: da lì uscirono 150 vetture. Oggi Fiat è uno dei marchi di Fca, multinazionale nata dalla fusione con Chrysler; e fra poco Fca si unirà a Psa, che non è un esame per la prostata ma la sigla di un gruppo che già comprende Peugeot, Citroën e Opel. È un accordo importantissimo e positivo, sia chiaro. Ma di italiano resta ben poco. E questo suscita qualche nostalgia, per ciò che la Fiat ha rappresentato per il nostro Paese.

Quand’ero bambino c’erano poche certezze: che avrebbe sempre governato la Dc, che la più grande industria del Paese sarebbe sempre stata la Fiat, e che la Juventus avrebbe vinto lo scudetto. È rimasta solo la terza cosa. La Fiat è sopravvissuta alla Dc ma non è più, per l’Italia, quel tutto che era allora. Perché la Fiat era davvero tutto. La 600, e poi la 500, avevano regalato agli italiani il sogno dell’automobile. Dopo quei primi tempi eroici, quando si doveva cambiare la macchina si guardava praticamente solo il catalogo della Fiat. Una famiglia operaia sceglieva la 850 (ma la 850 coupé e più ancora la spider erano già sfizi per signore perbene); gli impiegati la 124; i quadri la 125; i più ricchi la 130. Poi arrivarono le 126, le 127, le Panda. La Fiat offriva una gamma vastissima, per ogni tasca.

Tutto ruotava attorno alla Fiat. I posti di lavoro, le crisi aziendali e le casse integrazioni, le grandi manifestazioni operaie e gli scioperi, l’immigrazione dei meridionali al Nord, perfino la programmazione delle ferie: quando chiudeva la Fiat chiudevano tutte le altre, anche perché molte di queste altre lavoravano per la Fiat. Ci sono bellissimi filmati in cui si vedono fila di auto cariche di bauli che attendono, alla fine del turno del 31 luglio, l’operaio che esce da Mirafiori pronto per portare subito la famiglia al Sud. L’Italia era una monarchia con sede a Torino: dopo i Savoia, gli Agnelli. Comandavano loro.

Si racconta che quando arrivò il Duce, il senatore Giovanni Agnelli convocò gli operai e disse loro: "Arriverà Sua Eccellenza Benito Mussolini in visita. Avete tre modi per accoglierlo: applaudire, tacere, sabotare. Vi lascio scegliere tra i primi due". Era già una concessione, per l’epoca. Forza di una famiglia che, comunque la si pensi, ha fatto la storia d’Italia.