Caro lettore, ti chiedo due minuti e mezzo – tanti ne occorrono per leggere questo articolo – per metterti al corrente di una questione che a prima vista potrebbe sembrare lontanissima dalla tua vita di tutti i giorni, ma che invece è vicinissima, e centrale per il tuo futuro. Ti chiedo di non arrenderti dopo queste prime parole che leggerai, che possono sembrarti scritte in arabo, e di proseguire. Dunque: nel giornale di oggi troverai una pagina di pubblicità della Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali): un appello agli europarlamentari italiani affinché domani votino sì alla direttiva della Ue sul copyright. Che cosa vuol dire, in estrema sintesi? Vuol dire che si chiede ai colossi del digitale di riconoscere un contributo economico per i contenuti giornalistici che rilanciano sui loro motori di ricerca e sui loro siti. In parole più brutali, si chiede che paghino per gli articoli che riprendono gratis dai giornali, visto che su quegli articoli poi ci guadagnano. Quella della Fieg è una battaglia che vorremmo fosse di tutti noi giornalisti ed editori e di tutti voi lettori. Per due motivi. 

Il primo è un fatto di giustizia. Perché quel che accade adesso è – scusate la durezza – una grande rapina. È come se qualcuno entrasse in un negozio di calzature, facesse incetta (gratis) di scarpe e poi le vendesse a chi passa per la strada. Costi zero, ricavi altissimi. Così sta succedendo adesso ai giornali: gli editori pagano i giornalisti, la carta e tutti gli altri costi di produzione per reperire e raccontare notizie. Poi arrivano i colossi digitali che rilanciano gratis queste notizie facendo soldi con la pubblicità e pagando quasi nulla di tasse. Ma mi rendo conto che un lettore potrebbe anche rispondere: e a me che importa? Io grazie al digitale ho le notizie gratis. È vero, ma il lettore paga, senza accorgersi, un prezzo infinitamente più alto. Perde il suo diritto a essere informato correttamente e la sua libertà. Diventa infatti mercé di colossi che tutto sanno di lui – i suoi gusti, i luoghi che frequenta, perfino i suoi vizi inconfessabili – in modo da poterlo poi ‘vendere’ a una pubblicità mirata. Internet è sicuramente una meravigliosa conquista, indietro non si può e non si deve tornare, ma è un mondo che va regolamentato, per evitare le ‘rapine’ e soprattutto per evitare una dittatura planetaria gestita da pochissimi Grandi Fratelli.

Certo anche i giornali hanno dei ‘padroni’ con propri interessi, che non sempre sono solo editoriali. E certo anche i giornalisti sbagliano, a volte, nell’informare. Ma quei ‘padroni’ sono dichiarati, alla luce del sole, i giornali sono tanti e ciascuno può scegliere il proprio sapendo a chi appartiene. E i giornalisti, quando sbagliano, sono identificabili, e responsabili civilmente e penalmente. Caro lettore, questa non è una battaglia pro ‘padroni’ dei giornali e pro giornalisti: perché i ‘padroni’ un modo per fare i soldi lo troveranno sempre; e i giornalisti guadagnano più nelle dittature che nelle democrazie. No, questa è una battaglia per te. Per questo il voto di domani è una cosa che ti riguarda.