Una mamma con la bambina al balcone
Una mamma con la bambina al balcone

Ci sono due domande che ciascuno di noi si va ripetendo in questi giorni vissuti in rifugio. La prima è: che cosa cambierà quando tutto questo sarà finito? La seconda è: ma quando finirà? Non abbiamo risposte né per la prima, né per la seconda domanda. 
Nessuno, neanche il più grande scienziato, ha risposte. E questo già ci insegna qualcosa: perché prendiamo atto di non essere onnipotenti e onniscienti come credevamo, e perché dobbiamo imparare a convivere con l’incertezza. È, del resto, la condizione umana di sempre ("del doman non v’è certezza...") che l’uomo contemporaneo si illudeva di avere vinto.

Di certo pare esserci solo il fatto che il ‘dopo’ sarà molto diverso dal ‘prima’. Il Covid-19, se non scomparirà d’incanto fra poco (e purtroppo non scomparirà d’incanto fra poco) segnerà una sorta di spartiacque. È certo anche che in questo ‘dopo’ dovremo fare i conti con una crisi economica senza precedenti. Non sono esperto di economia. Ma prevedo la fine di vincoli sul debito, prevedo prestiti miliardari e provvedimenti per far ripartire il motore dell’economia.

Ci sarà una ricostruzione, e come tutte le ricostruzioni si lascerà alle spalle le macerie: molti di coloro che chiudono adesso non saranno in grado di riaprire. Ma come tutte le ricostruzioni anche questa sarà – o almeno potrà, dovrà essere – una grande opportunità. Un grande momento di rinascita.

Intendo una rinascita non solo economica ma anche umana, morale. Forse stiamo prendendo coscienza, in queste ore d’isolamento e paura, di cosa ci è essenziale e cosa no. Molti rapporti personali, inutile negarlo, saranno messi a dura prova. Ilaria Capua ha previsto che si sfasceranno matrimoni, che ci saranno tensioni, cesure, radicali cambiamenti di vita per molte e molte persone. Ma se sapremo guardare appunto all’essenziale, capiremo che il mondo del ‘prima’ era un mondo che stava correndo a una velocità folle senza avere altra meta che quella della ‘distrazione’.

Tutti o quasi i valori su cui era impostato il nostro mondo concorrevano a quello: a distrarci, a distoglierci dalla domanda su chi siamo davvero, e su cosa ci occorre davvero. Se sapremo vivere questo tempo respirando l’essenziale, ci accorgeremo che ciò che ci tiene vivi in questi giorni così duri sono i sentimenti (non le emozioni: sono due cose diverse), sono la fratellanza, la solidarietà, la salute, la vita. E anche se le chiese sono chiuse, forse mai come adesso sta salendo al cielo - silenziosa, nascosta di casa in casa - una grande preghiera popolare che è sì una richiesta di aiuto, ma soprattutto di senso.

"Ci vorrebbe una guerra", ci dicevano i nostri vecchi (che la guerra l’avevano vissuta) per farci apprezzare ciò che conta davvero. Siamo cresciuti nella società del superfluo, del mito della crescita continua e illimitata, e forse ci voleva uno choc per farci capire che stavamo andando a sbattere contro il nulla. La rinascita passa sempre attraverso grandi dolori, e qualcuno aveva ipotizzato che un lavacro potesse venire da una guerra mondiale, o da un Califfato che avrebbe stravolto il nostro modello occidentale.

Invece è arrivato – imprevisto, perché l’uomo non può mai prevedere la storia – un virus. C’è poi la seconda domanda: quando finirà. Noi non dobbiamo ripetercela troppo spesso, anzi non dobbiamo neppure porcela, quella domanda. Certo dobbiamo fare di tutto, combattere con le armi che abbiamo perché passi il prima possibile. Ma senza fissare traguardi, senza ipotizzare date. Perché se allo scadere di quei giorni non arrivasse la liberazione sperata, cadremmo ancora di più nello sconforto. Dobbiamo lottare, dobbiamo resistere senza la pretesa di conoscere il giorno dalla vittoria. Dobbiamo sperare: sapendo che la speranza non è un auspicio, ma l’attesa di una cosa certa che in forma misteriosa è già presente.

Ma credo che le parole migliori che si possano trovare in questo momento siano quelle che scrisse Giovannino Guareschi nel suo Diario clandestino, quando era rinchiuso in un lager nazista. Ve le riporto, perché con tutto il rispetto per gli slogan ‘andrà tutto bene’ e ‘ce la faremo’, credo abbiano qualcosa di più: "Completa è la mia fiducia nella Provvidenza che, per essere veramente tale, non deve mai essere vincolata da scadenze. Mai preoccuparsi del disagio di oggi, ma aver sempre l’occhio fisso nel bene finale che verrà quando sarà giusto che venga. I giorni della sofferenza non sono giorni persi: nessun istante è perso, è inutile, del tempo che Dio ci concede. Altrimenti non ce lo concederebbe".