La paura viene, senza bisogno di nulla, in sul far di certe imprevedibili sere»: così comincia un racconto che Dino Buzzati scrisse sul Corriere della Sera il 7 novembre 1946, e che s’intitolava, appunto, «La paura». Era appena finita una guerra spaventosa, non c’erano più le trincee i bombardamenti i lager. Eppure, lungo le siepi in campagna, ma anche nei condomini di città, e perfino dietro qualche chiesa solitaria, sul far di certe imprevedibili sere arrivava la paura. È come se l’uomo non possa mai vivere senza paura. Oggi, il nome della paura è il coronavirus, come ci spiega Noto nel sondaggio.

E certo il morbo cinese spaventa, soprattutto perché ci è ignoto, misterioso, sfuggente. Com’è nato? E dove? E quando? E quanti nostri fratelli umani ha già colpito davvero? E quanti ne ha uccisi? E come si può curare? Ma poi: si può curare? Nel suo sondaggio, Noto fa emergere giustamente l’irrazionalità della paura, la disinformazione. Se c’è un caso di informazione disorientante - e quindi di disinformazione - è proprio questo. Da un lato vengono diffusi numeri piccoli: 250 o 270 morti, che cosa sono se paragonati a quelli di una normale influenza? Ma dall’altro lato, si prendono provvedimenti mai visti: Stati che chiudono le frontiere, voli annullati per mesi, intere città sotto chiave, ospedali costruiti in dieci giorni, campionati di calcio sospesi.

Perché, se i morti sono così pochi? Perché? E tuttavia se sfogliamo l’agenda all’indietro vediamo che anche prima del virus cinese avevamo paura. Della crisi economica, degli immigrati, dell’impazzimento del clima, della guerra con l’Iran, della Sars, di Ebola, del terrorismo islamico, e prima ancora di quello rosso e di quello nero. Abbiamo sempre paura, e più una cosa ci è oscura, più ci atterrisce. Di volta in volta le diamo un volto e un nome, la materializziamo in un nemico in carne ed ossa o in un’ombra, diciamo «è quello che ci fa paura», oppure «è questo». «Ma non è neanche questo. E neppure sono i nostri rimorsi. E neppure è Dio. Ecco che cos’è: è la morte che viene, da tempo si è messa in cammino per ciascuno di noi e certe notti, nelle vecchie case deserte, allora la sentiamo venire»: così finisce quel racconto di Buzzati del 1946. È lei, l’Innominabile, a farci paura: da tempo l’abbiamo rimossa dalle conversazioni e perfino dal vocabolario, ma in qualche modo torna sempre, per farci fare i conti con il nostro limite.