Qualche sera fa, a una cena in casa di amici, a un certo punto ho espresso il seguente concetto: sono contrario alla libertà di opinione. Alcuni dei commensali, che non mi avevano mai visto prima, sono rimasti basiti. "È solo una provocazione", ho avvertito, e lo stesso concetto lo ripeto ora ai lettori: questo articolo è una provocazione, perché a volte occorre una provocazione per costringere a riflettere. Cerco dunque di spiegare anche qui quello che ho detto l’altra sera. La libertà, per ciascun individuo, di pensarla come crede, è fuori discussione. Anche la libertà di esprimersi, ci mancherebbe. Quello che invece sta diventando non più un diritto, ma un abuso, è altro.

Mi riferisco alla pretesa – ormai diffusa con ogni mezzo – di "dire la propria" su qualunque tema, e al cospetto di qualsiasi interlocutore. Il caso dei No vax è il più attuale e ahimè il più diffuso. Poco prima dell’estate, in un’osteria di Bologna, una decina di persone contestarono un amico – professore di biologia e chimica all’università – che sosteneva la scelta di vaccinarsi. Chi diceva che sono sperimentali, chi diceva che avranno sicuramente effetti nefasti fra qualche anno, chi diceva che bisognava pensare a produrre farmaci per curare e non vaccini per prevenire, chi diceva che con la siringa ti mettono un microchip per controllarti, e così via. A tutti costoro, il malcapitato professore si permise di rivolgere una domanda: "Ma voi siete biologi?". Un po’ come in Tre uomini e una gamba, quando Giacomino è ricoverato all’ospedale e il primario zittisce Aldo che vuole suggerire la terapia: "Ah, lei è medico?".

Nel film, Aldo l’aveva detta giusta. Ma era appunto un film. Nella realtà, oggi si blaterano certezze assolute senza essere in grado di passare neppure una verifica di scienze in prima media. Colpa della rete, che ha dato a tutti la possibilità di diffondere informazioni senza controllo: quella rete dove – diceva Umberto Eco – "il parere di un premio Nobel vale come quello dell’ubriaco del bar" (oggi, purtroppo, vale meno: si crede solo agli ubriachi).

Ma colpa anche di tanti talk show televisivi e di tanti di noi giornalisti, abituati a passare nel giro di pochi minuti da un’analisi sui contagi nel mondo a una previsione sul Quirinale, virando poi sul 4-4-2 di Allegri. Un giorno mi chiesero se Mario Draghi, quand’era alla Bce, sbagliò a fare una certa cosa. Ebbi almeno la dignità di rispondere: "Ma vi pare che di queste cose ne capisca più io di Mario Draghi?".

Non si tratta di parlare solo se si è professori della materia. Ma di capire che la prima libertà dovrebbe essere quella di ascoltare e di informarsi. Anche perché poi le parole possono diventare pietre.